Receindue: Persone Normali di Sally Rooney…

Perché limitarsi a sentire solo una campana? Qui siamo in due e ognuna ha il suo punto di vista da comunicare. Queste recensioni sono nate dopo lunghe e appassionate conversazioni, perché parlare di letteratura è una delle cose che più amiamo, che più ci intrattengono e fanno crescere. Eccovi quindi una recensione doppia su “Persone Normali” di Sally Rooney. ATTENZIONE: SPOILER!

… secondo Maria

Giuro di aver iniziato con le migliori intenzioni. Desideravo ardentemente amare questo romanzo, speravo con tutto il cuore che Sally Rooney, l’autrice irlandese eletta da stampa e lettori come “next big thing” della letteratura contemporanea e aprioristicamente destinataria del mio favore in virtù dei miseri 10 mesi che separano i nostri compleanni, fosse davvero la voce di questa generazione.

La realtà è che noi millennials sentiamo il bisogno che si parli di noi, e non solo come zombie tecnologici inermi di fronte alle tragiche sfide affidateci dalle generazioni precedenti. In particolare, i millennials più consapevoli esigono che sia data dignità letteraria alle loro scelte obbligate, alle emozioni incomunicabili, ai mille caffè da Starbucks. Ce lo meritiamo, il nostro romanzo epocale. Ma Normal People, definito da The Guardian “a future classic”, ha deluso le mie aspettative.

Partiamo dai nostri protagonisti, Marianne e Connell, a cui spetta il compito di farsi emblema del millennial complicato; un crogiolo di problematiche che colpiscono in maniera massiccia e spesso invalidante adolescenti e giovani adulti, quali depressione e insicurezza, violenza domestica, instabilità economica e futuro incerto, e che nel romanzo della Rooney sembrano quasi facili espedienti per rendere i personaggi più cool sfruttando la sempiterna fascinazione per gli outsider. La somma degli addendi forma il cliché, leggermente rimescolato, della ragazza ricca e intelligente ma con un profondo abisso emotivo e dello sportivo che scopre di avere un cervello.

I personaggi secondari sono quelli che patiscono di più, fatta eccezione per la giovane mamma di Connell. Se le amiche e gli amici dei due giovani sono spesso uno sfondo macchiettistico su cui far risaltare i colori brillanti della coppia (si veda in particolare Peggy, il cui principale scopo nella vita è accalappiare un marito ricco), la madre e il fratello violento di Marianne, che non riesce alla tentazione sadica di insultarla e sputarle addosso ogni volta che i loro sguardi si incrociano, sono una pozza di odio profondo privo di sfumature che serve da catalizzatore dei disagi di Marianne, vittima di una coazione a ripetere le stesse dinamiche malate vissute in famiglia. 

Alla Rooney va indubbiamente dato il merito di avere voluto esplorare le dinamiche delle relazioni fluide che caratterizzano i nostri tempi e che convivono fianco a fianco con le nostre ancora radicatissime aspirazioni borghesi. Il rapporto che si instaura tra i due protagonisti nell’arco temporale che va dal liceo all’università è l’aspetto del romanzo che più ha colpito e commosso i lettori. La sua costruzione  narrativa soffre però di quello che, per chi scrive, è il peccato capitale dello scrittore: sacrificare lo showing, il mostrare il rapporto tra i personaggi attraverso le azioni e le interazioni tra gli stessi, a favore di un telling che diventa spesso pura didascalia. Consideriamo il passaggio seguente:

Le conversazioni che seguono per Connell sono gratificanti, spesso prendono pieghe inaspettate spingendolo a esprimere idee che non ha mai consapevolmente formulato prima. Parlano dei romanzi che lui sta leggendo, della ricerca che lei sta studiando, del momento storico preciso in cui stanno vivendo, della difficoltà di osservare tale momento nel suo farsi. Ogni tanto ha la sensazione che lui e Marianne siano come pattinatori di figura, che improvvisino i loro scambi con una tale abilità e una sincronizzazione cosí perfetta da rimanerne entrambi sorpresi. Lei si lancia leggiadramente in voli pindarici e ogni volta, senza sapere come farà, lui la riacchiappa. Il fatto che probabilmente faranno di nuovo sesso prima di dormire di sicuro rende le chiacchiere piú piacevoli, e sospetta che l’intimità dei loro discorsi, spesso oscillanti tra il concettuale e il personale, contribuisca a sua volta a migliorare il sesso.

Così come mutilare una banale frase in prosa e disseminarne i pezzi in un rivolo di versi non equivale automaticamente a scrivere una poesia, allo stesso modo elencare degli argomenti di conversazione insistendo su quanto la stessa sia brillante, non equivale a creare una conversazione letteraria brillante. L’intimità tra i due protagonisti è più una realtà che siamo indotti ad accettare, senza riceverne delle prove soddisfacenti, che un fatto letterario.

A ciò va aggiunto uno stile che spesso si avvicina a un trattamento cinematografico, caratterizzato da una paratassi descrittiva piuttosto piatta attraversata da guizzi retorici discutibili, come la bislacca similitudine canina di cui è vittima Connell:

Lui annuisce, tamburellando le dita sul volante. Ha un corpo incredibilmente massiccio e delicato, sembra un labrador.

Nonostante le premesse, tra me e la Rooney non è scoppiata la scintilla. Non fraintendetemi però: il romanzo, nonostante tutto, vale una lettura, che è peraltro piuttosto scorrevole. Varrebbe forse però la pena prendersi una pausa dalla spasmodica ricerca del capolavoro editoriale per permettere ai giovani autori di crescere senza pesi che non sono ancora pronti a sostenere.

… secondo Monia

Marienne e Connell hanno 18 anni e frequentano l’ultimo anno di scuola superiore.
Lei, orfana di padre, appartiene a una ricca famiglia di Carricklea, fittizia cittadina irlandese, dove tutti si conoscono e in cui si respira un’aria asfittica e provinciale. Lui, invece, il padre non lo ha mai conosciuto, la madre è infatti una giovane trentacinquenne, single, che lavora come domestica presso la famiglia di Marianne. I due frequentano la stessa scuola ma non gli stessi giri: Connell è il classico golden boy, bravo negli studi, bravo nello sport, ammirato da amici e ragazze; Marianne invece è un’outsider: geniale ma solitaria, non ha amici e viene snobbata. Marianne e Connell a scuola fanno finta di non conoscersi, ma quando lui va a prendere la madre a fine lavoro, si premura sempre di arrivare prima così da poter trascorrere del tempo con lei e parlare: sin da subito, in un incipit piuttosto scialbo e banale, l’autrice mette in chiaro che i due sono geniali e a causa di questa loro “unicità” nessuno può davvero capirli, se non l’altro.

Connell suona il campanello e Marianne va ad aprire. Ha ancora addosso la divisa scolastica ma si è tolta il maglione, per cui è in gonna e camicetta, e senza scarpe, solo con i collant.
Oh, ciao, dice lui.
Entra.
Si volta e si avvia per il corridoio. Lui la segue, chiudendosi la porta alle spalle. Scende i pochi gradini che portano in cucina. Dove sua madre Lorraine si sta sfilando un paio di guanti di gomma. Marianne si siede sul piano di lavoro con un saltello e prende un barattolo aperto di crema di cioccolato nel quale ha lasciato un cucchiaino. 
Marianne mi stava dicendo che oggi vi hanno dato i risultati della simulazione d’esame, dice Lorraine.
Ci hanno ridato quello d’inglese, dice lui. Li restituiscono separatamente. Vuoi che c’incamminiamo?
Lorraine piega i guanti con cura e li ripone sotto il lavandino. Poi inizia a sciogliersi i capelli. A Connell sembra che potrebbe farlo in macchina.
E ho sentito che sei andato benissimo, dice lei.Il migliore della classe, dice Marianne.
Bene, dice Connell. Nemmeno Marianne è andata male. Ci sei?
[…]
Hai avuto i risultati di francese, oggi?
Ieri.
Appoggia la schiena al figorifero e la guarda leccare il cucchiaio. […]
Ho preso A1, dice lui. Tu quanto hai preso di tedesco?
A1, dice lei. Esagerato!Uscirai con seicento, vero?
Lui alza le spalle. Tu probabilmente sì, dice.
Be’, tu sei più intelligente di me.
Non te la prendere, sono più intelligente di chiunque altro.

Purtroppo, in questa prima parte del romanzo, i dialoghi non sono troppo brillanti e la narrazione risulta poco fluida, probabilmente anche a causa della mancanza delle virgolette per segnalare i dialoghi, espediente che l’autrice usa per rimarcare la continuità tra i pensieri dei protagonisti e ciò che accade loro intorno. Tutto questo, potrebbe far desistere dalla lettura o, in alternativa, affascinare irrimediabilmente, perché la curiosità di sapere se si cela qualcosa di più dietro due personaggi che al momento non hanno nulla di accattivante, dietro uno stile non convenzionale, effettivamente, potrebbe nascere. Effettivamente qualcosina di più c’è e l’incipit può, così, risultare invalidante.

Tra Marianne e Connell nasce una lunga relazione, un amore tormentato che prima è vissuto clandestinamente e poi sempre con grandi difficoltà emotive e di intesa: non possono fare a meno l’uno dell’altra, ma non riescono a stare insieme in modo da soddisfarsi o capirsi veramente.
Da un punto di vista stilistico, il testo presenta, come già accennato, lunghe sequenze riflessive, simili a veri e propri flussi di coscienza, con focalizzazione alternata in cui si innestano i dialoghi. La tecnica non sempre è efficace perché, il prevalere del telling a discapito dello showing, tende a banalizzare la narrazione, soprattutto nella prima parte del racconto, quando Marianne e Connell sono ancora adolescenti.

“I compagni di Marianne hanno tutti l’aria di adorare la scuola e trovarlo normale. Vestirsi ogni giorno con la stessa divisa, conformarsi continuamente a regole arbitrarie, essere esaminati per capire i segnali di cattiva condotta, tutto questo per loro è normale. Non vivono la scuola come un ambiente oppressivo.”

Questo è un buon esempio di come le continue riflessioni possano talvolta impoverire il narrato: il punto di vista è quello di Marianne, che si sente diversa ed effettivamente è diversa, perché ha un vissuto doloroso e inquieto, ma una riflessione del genere risulta superflua, se non addirittura dannosa, all’economia del romanzo, in cui l’inadeguatezza della protagonista emerge chiaramente dalle sue azioni: nella prima parte della narrazione Marianne pensa di essere sbagliata e anomala, ma è solo nella seconda parte che vediamo perché lo è. Se ci fossero state risparmiate le elucubrazioni mentali, sarebbe stata sicuramente una lettura più interessante.

Le vicende di Marianne e Connell iniziano a Gennaio 2011 e terminano nel Febbraio del 2015. Ogni capitolo rappresenta un balzo temporale e questa scelta permette alla Rooney di seguire i suoi protagonisti anche nel percorso universitario, di mostrarci la difficoltà di adattarsi al mondo post scolastico e ad una città come Dublino, più grande ma ugualmente poco stimolante. In questo contesto la situazione si inverte: Marianne diventa popolare mentre Connell, che ha scelto di iscriversi al Trinity College su esortazione di Marianne ma anche per seguirla, si sente inadeguato.
A questo punto della narrazione sono evidenti i nuclei tematici del racconto, che procede in sostanza per dicotomie: il maschile che si scontra con il femminile generando incomunicabilità; le aspirazioni intellettuali (soprattutto da parte di Connell) che si scontrano contro il desiderio di costruirsi una vita economicamente sicura; la differenza di status sociale ed economico; il desiderio di normalità che si scontra con l’inevitabile follia e il desiderio di unicità. Si tratta di topoi tipici di questo genere letterario (il romanzo di crescita e formazione), che possiamo ritrovare in un numerosi altri esempi letterari, cinematografici o televisivi.
Ma procediamo con ordine. Marianne rappresenta il femminile nei suoi aspetti di seduzione e sottomissione: è maltrattata a casa, incompresa e, quindi, è alla costante ricerca di approvazione. Negli anni del liceo si sente bruttina e solo all’università, lontana dalla famiglia, fiorisce, tuttavia, è incapace di gestire in modo maturo e consapevole i propri sentimenti e le proprie relazioni, questo perché si ritiene indegna di essere amata e così vive relazioni malsane, in cui subisce abusi fisici e psichici; inoltre, è chiaramente anoressica: un coacervo di disagrazie, insomma. Purtroppo, nella prima parte del romanzo, a causa del difetto di narrazione di cui parlavo prima, Marianne sempre il classico personaggio “ma le ha tutte lei!”, la situazione migliora notevolmente nella seconda parte, di cui sono da segnalare due episodi. Il primo è il litigio durante le vacanze estive in Italia con il fidanzato di turno, Jamie: l’uomo, per dispetto, distrugge una coppa di champagne appartenuta al padre di Marianne e da lì prende avvio lo scontro. Marianne è legata a quel simbolo, Jamie calpesta i suoi sentimenti per il piacere di farlo e perché lei glielo ha sempre permesso. Il tutto viene descritro con gli occhi di Connell, che interverrà per “salvare” Marianne. Insomma, un bell’intrecciarsi di punti di vista e sentimenti. Altro episodio è quello in cui Marianne ha una colluttazione con il fratello, Adam, uomo violento, prepotente e invidioso della sorella, che non manca mai di umiliarla verbalmente e, in questo caso, addirittura di ferirla fisicamente. Anche in questa circonstanza interverrà Connell in soccorso dell’amata. In entrambi i casi, non viene spiegato troppo il perché i personaggi agiscono in una certe maniera, le cose accadono e basta e questo è più che sufficiente per comprendere la sofferenza di Marianne.
Connell, forse il più interessante tra i due, è un personaggio pieno di contraddizioni. La sua massima aspirazione è quella di essere una persona normale, dove normale ha tutta l’apparenza di equivalere ad anonimo. Vorrebbe studiare legge, avere una brava ragazza accanto, essere ritenuto una brava persona. C’è solo un problema che si frappone tra lui e la sua aspirazione: Marianne. Connell la desidera ma allo stesso tempo la teme, perché ne percepisce nettamente l’irrequietezza, la vena masochistica. Nonostante questo non può fare a meno di orbitarle attorno e di lasciarsi influenzare da lei. Finisce così per arrendersi alla sua anormalità: scegli di studiare letteratura inglese; sceglie (dopo una relazione normale con una ragazza normale che lo faceva sentire normale) di arrendersi all’amore disturbante, inquieto, pieno di incomprensioni, per Marianne; sceglie di diventare uno scrittore. In realtà sembra nascondersi in lui una vena perversa, che lui tenta di reprimere: si sforza costantemente di essere una brava persona e, quando non ci riesce, si deprime.

Un altro tema centrale è la differenza di classe sociale, che viene vissuta con grande disagio da Connell e appena percepita da Marianne, che valuta chi la circonda in base a quanto stimolante possa essere intellettualmente per lei quella frequentazione (tralasciamo il fatto che poi, a conti fatti, le amicizie di Marianne siano quasi tutte pessime: brutte persone le cui personalità emergono per lo più da veloci descrizioni, quasi delle macchiette).

“Sono i soldi, la sostanza che conferisce realtà al mondo.”

Questo pensa la parte più pragmatica di Connell, che si scontra con i suoi ideali romantici di scrittore. La sua condizione sociale ed economica lo fa sentire costantemente inadeguato rispetto a Marianne, che invece non dà alcun peso al denaro. Emblematico è l’episodio della borsa di studio: per Marianne, vincerla equivale a dimostrare la sua superiorità intellettuale, per Connell è solo una questione di soldi. Connell dà importanza anche alle frequentazioni e allo status sociale, e questo è il motivo per cui per lungo tempo nasconde la relazione con Marianne, che percepisce non solo tossica per se stesso, ma anche socialmente inadeguata per via dell’opinione che tutti hanno della ragazza. Questi aspetti di Connell cozzano con il suo innato romanticismo e con la necessità di fare sempre la cosa giusta: Connell si lascia prendere dal dramma dei romanzi, addirittura è costretto a chiudere il libro quando, in Emma, il signor Knightley pare voglia chiedere ad Harriet di sposarlo; guarda il mondo con la sensibilità dello scrittore, scrivendo lunghe email descrittive per Marianne; è il classico cavalier servente: non può fare a meno di salvare Marianne dagli altri e da stessa; allo tempo soffre per la differenza di classe sociale, soffre perché vorrebbe essere tutto meno ciò che è, soffre perché ama Marianne quando vorrebbe amare una brava ragazza che non dà complicazioni. Cade addirittura in depressione perché percepisce se stesso non adeguatamente buono, bravo e altruista rispetto a quanto vorrebbe. Tutti questi aspetti convivono coerentemente in Connell che è, probabilmente, il motivo principale per cui il romanzo funziona e vale la lettura.

Un altro aspetto che ho apprezzato, e che rende il romanzo interessante, sono i momenti in cui l’autrice sceglie di mostrarci come i personaggi percepiscono se stessi e l’altro e quanta differenza ci sia in questo percepire e percepirsi: le differenze sociali, economiche e, ovviamente, di genere; il modo in cui i personaggi vendono se stessi da soli e in relazione all’altro; il modo in cui si idealizzano a vicenda; i fraintendimenti nell’interpretare i pensieri dell’altro causano delle situazioni di incomprensione e incomunicabilità che portano a dei punti di rottura.

Impossibile, arrivati a questo punto, non parlare di come la scrittura, la lettura e la cultura abbiano un ruolo fondamentale nella storia: i due personaggi sono immersi nel loro mondo fatto di astrazioni intellettuali, nei loro dibattiti sull’attualità e sulla letteratura (dibattiti a cui noi, ahimé, non assistiamo mai). Le persone che li circondano non possono capirli: o li guardano straniti per quella che ritengono essere un’eccentricità, oppure vivono la cultura come sfoggio, senza darle il giusto significato. Connell e Marianne sono gli unici depositari del vero significato della conoscenza.

Sa bene che gran parte degli studenti di lettere vedono i libri essenzialmente come uno strumento per apparire colti. […] Era cultura intesa come manifestazione di classe, letteratura elevata a feticcio per la sua capacità di offrire agli eruditi finte esperienze emotive, cosicché in seguito potessero sentirsi superiori agli incolti delle cui esperienze emotive amavano leggere. Anche se in sé lo scrittore era una brava persona, e anche se il suo lavoro era davvero acuto, alla fin fine i libri sono tutti commercializzati come status symbol, e chi più chi meno gli scrittori partecipavano tutti a questa commercializzazione.

Le riflessioni del genere abbondano nel libro e, probabilmente, sono una delle scelte che meno ho apprezzato: “Persone Normali” è un romanzo che si presta perfettamente a quelle dinamiche di commercializzazione che l’autrice critica per bocca di Connell, tant’è che in alcuni momenti sembra voler parlare alla parte più compiaciuta del suo pubblico, che ha un’alta opinione di sé per ciò che sceglie di leggere. Insomma, se la sarebbe potuta risparmiare.

Tirando le fila del discorso, posso dire che “Persone normali” è sicuramente una lettura interessante e anche avvincente, tuttavia dubito che possa in qualche modo resistere al passare del tempo e diventare un romanzo generazionale, perché non ne ha le qualità stilistiche e narrative: i problemi di questi ragazzi sono senza tempo (pensate a “Il giovane Holden” che già a cavallo tra anni ’40 e’ 50 non sapeva chi fosse e cosa avrebbe fatto della sua vita), non sono rappresentativi dei Millenials più di un romanzo o di una serie televisiva degli anni ’80 o’ 9; infatti, l’unico grande aspetto che distingue i nati dopo la rivoluzione tecnologica viene appena sfiorato (e-mail nel 2014? Bah). Ovviamente questo di per sé non è un difetto, semplicemente non è quello che mi aspetto da un romanzo definito generazionale. Nonostante questo, credo che l’autrice, se adeguatamente supportata, abbia ottimi margini di crescita.

Titolo: Persone Normali
Autore: Sally Rooney
Editore: Einaudi
Genere: Narrativa
Argomento: Relazioni interpersonali; romanzo psicologico; romanzo di formazione
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