IL CLASSICO DEL MESE

“Frankenstein, o il moderno Prometeo” di Mary Shelley

Il classico di questo mese non poteva che essere il romanzo gotico per eccellenza, Frankestein di Mary Shelley, che ci catapulta nelle atmosfere cupe di Halloween, la festa più tetra dell’anno! ATTENZIONE: SPOILER!

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È stato singolare, quasi straniante, l’impatto che ha prodotto su di me la lettura di questo romanzo. Le innumerevoli trasposizioni cinematografiche, televisive e non solo, hanno reso i personaggi a un tempo familiari ed estranei, finendo per scoprire che il libro è veramente altro rispetto a tutto quello che ho sempre visto, ascoltato o letto di sfuggita sul mostro più famoso di tutti i tempi.

Inaspettato è l’inizio epistolare, che ho letto con una certa fretta, impaziente di incontrare i personaggi ben più conosciuti, primo tra tutti Victor Frankenstein. Da subito lo scienziato si mostra in tutta la sua afflizione, in tutto il suo pentimento per aver dato vita al “mostro”, eppure più si va avanti nella lettura del romanzo, meno pietà si riesce a provare nei suoi confronti.

Nel momento stesso in cui il mostro prende vita, Frankenstein ne prova orrore e lo rifugge, perché l’aspetto di quell’essere è troppo orribile per potergli stare vicino. E proprio l’odio per l’aspetto ripugnante e diverso porterà Frankenstein a giudicare la sua creazione con ferocia, in un primo momento senza motivo e in seguito solo in modo parzialmente comprensibile e condivisibile.

Sin dalla morte del piccolo William i ragionamenti di Victor appaiono non solo insensati, ma addirittura crudeli: “Niente di umano avrebbe mai potuto uccidere quel grazioso bambino. L’assassino era lui. Non potevo aver dubbi. La semplice presenza di quell’idea era una prova inconfutabile della sua verità.” Frankenstein arriva a questa conclusione in modo del tutto arbitrario: cosa aveva mai fatto quell’essere per essere accusato così spietatamente e condannato senza prove solo per un’intuizione, un sospetto? Questa impressione va rafforzandosi durante tutta la lettura del libro, anche quando si viene a conoscenza che il bambino è morto realmente per mano del mostro, anche quando questi compirà un omicidio dopo l’altro, i sentimenti di pietà si rivolgono più forti e decisi verso la creatura piuttosto che verso il creatore.

È quasi impossibile non provare tenerezza e comprensione per questo mostro – che quasi soffro a chiamare tale – più e più volte tradito e deluso: dopo l’abbandono del padre-creatore, per lui, ancora così ingenuo e a tratti dolce, si susseguono solo eventi tristi, primo tra tutti l’incontro con i primi uomini, a cui si avvicina con curiosità, ma da cui riceve solo scortesia:“… alcuni scappavano, altri mi assalivano, fino a che gravemente contuso da pietre e da altre armi da lancio, fuggii in aperta campagna e mi rifugiai in una baracca…”.

Ancora più drammatico è il momento in cui comprende la ragione per la quale suscita tanta paura, quando è inevitabilmente costretto a confrontare il suo aspetto con quello della famigliola che per più di un anno ha assistito e curato di nascosto: “Avevo ammirato le forme perfette dei miei vicini […]; ma quanto rimasi terrorizzato quando mi vidi riflesso in una pozza d’acqua!”. Il suo aspetto è più significativo di ogni gesto buono e gentile che compie, così, quando si mostra loro, per la terza volta da quando è nato viene rifiutato e scacciato.

Tuttavia, nonostante questo ulteriore rifiuto, il mostro non ha ancora perso la sua innocenza. Ciò che lo porterà a diventare malvagio, contrariamente alla sua vera natura, sarà l’ultimo atto spietato dello scienziato. Quasi spontaneamente ci si schiera al fianco del mostro quando Frankenstein rifiuta di creare una creatura simile a lui che possa sinceramente amare: “Non creerò mai un altro essere deforme e perverso come te”. Dopo questo episodio l’ultimo briciolo di affezione per Frankenstein scompare, e tutto l’affetto si riversa sul mostro che, ancora prima di commettere i prossimi omicidi, viene assolto dalle sue colpe, apparendo fino all’ultima pagina più umano di tutti gli uomini che ha incontrato. Di contro i drammi che colpiscono lo scienziato sembrano quasi una piccola pena per quello che ormai sembra il vero mostro. La colpa di Frankenstein è solo in parte quella di aver voluto eguagliare l’opera di Dio, il suo errore più grande è quello di aver rifiutato di amare la sua creatura, ancora prima di poter giudicare obiettivamente se questa fosse buona o cattiva, anzi, inducendola egli stesso alla malvagità. “Maledetto creatore!” dice il mostro, “Dio nella sua pietà ha creato l’uomo bello e attraente, a propria immagine; ma la mia forma è un simbolo corrotto della tua, ancora più orribile per la stessa somiglianza.”  

La vicenda di Frankestein è certamente una metafora della Creazione, che si tinge però delle tinte più cupe e oscure possibili: rovesciando completamente l’immagine cristiana del dio padre benevolo, la figura si arricchisce di note tristi e desolanti. L’abbandono e tutto ciò che segue rendono più facile identificarsi nella creatura ripudiata e incompresa, più volte insultata e maltrattata, che in colui che l’ha creata.

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Il racconto di Mary Shelley si apre e si chiude in forma di romanzo epistolare; per il lettore moderno l’effetto, come accennavo, è quasi straniante, poiché in questo inizio non si trovano accenni allo scienziato o al mostro, veri protagonisti della narrazione, le cui vicende si incastonano perfettamente tra la manciata di lettere che aprono e chiudono la storia.

Tuttavia la forma epistolare è perfettamente funzionale ai fini del racconto; essa introduce all’atmosfera del romanzo prima di tutto attraverso la descrizione del paesaggio, che ci appare in tutta la sua fredda desolazione (“La nostra situazione era molto pericolosa, soprattutto perché eravamo circondati da una nebbia molto spessa.” e ancora “… e noi vedemmo, in ogni direzione, vaste e irregolari distese di ghiaccio che sembravano non avere fine.”) e altro non è che un preludio della storia di Frankenstein e della sua creatura, triste e ugualmente desolata.

Altrettanto significativa è la figura di Walton, l’autore delle lettere di apertura e chiusura, in cui riconosciamo il perfetto alter ego di Frankenstein. Infatti, anch’egli, infervorato dal desiderio di conoscenza, si spinge in un’impresa grandiosa e letale, così come fece a suo tempo lo scienziato.

Oltre a questi evidenti parallelismi (non i soli, infatti ve ne sono diversi altri che percorrono tutta la storia come un fil rouge) si può notare anche la circolarità del romanzo: esso si apre e si chiude con la storia di Walton, in cui si riflette, come in un gioco di specchi, la vicenda di Frankenstein, e al centro di tutto questo si dipana proprio la vicenda dello scienziato dalla sua nascita fino alla tragica morte. Quest’ultima in realtà si contrappone al parziale lieto fine della vicenda di Walton, che riesce a salvarsi dalla sete di conoscenza (soprattutto grazie alla triste storia dell’amico, redivivo Ulisse di memoria dantesca) ma che in fin dei conti risulta uno sconfitto, non avendo portato a termine ciò che aveva iniziato.

Un altro elemento fondamentale del romanzo, già accennato ma su cui non è scontato né banale tornare, sono le descrizioni dei paesaggi, che dominano tutta la narrazione e che sono specchio quasi sempre fedele degli stati d’animo e dei momenti di vita dei personaggi.

L’inizio è raggiante, Victor visita con la famiglia le città più ricche d’Europa, fino a fermarsi in Svizzera: “i sublimi profili delle montagne, i mutamenti delle stagioni, la tempesta e la calma, il silenzio dell’inverno e la vita e l’animazione delle nostre estati alpine”. Alla descrizione così luminosa dei luoghi in cui vive, corrisponde una descrizione altrettanto tenera e dolce delle persone con cui cresce, primi tra tutti i genitori, “I miei primi ricordi sono le tenere carezze di mia madre e il sorriso di benevolo piacere di mio padre che mi guardava.”, e poi l’amata Elizabeth, “I suoi capelli erano più brillanti dell’oro vivo, […] sembravano comporle in testa una corona di distinzione. […] le sue labbra e la forma del suo volto esprimevano una tale sensibilità e una tale dolcezza che nessuno avrebbe potuta contemplarla senza crederla […] un essere mandato giù dal cielo […]”. A questo inizio smagliante segue un’atmosfera che diventa sempre più cupa e gotica, raggiungendo vette di spettralità nel capitolo quinto, quando il mostro prende vita: “Fu in una cupa notte di novembre […]. Era già l’una del mattino; la pioggia picchiettava lugubre contro i vetri e la mia candela era quasi consumata quando, alla fievole luce che si stava esaurendo, io vidi aprirsi l’occhio giallo, privo di espressione, della creatura; respirava a fatica e un moto convulso agitava le sue membra”. Anche qui è possibile notare come la descrizione degli ambienti e quella dei personaggi vadano di pari passo e si riflettano l’una con l’altra, creando l’atmosfera lugubre e ansiogena della storia, e non solo: ne regolano il ritmo, alle volte dando velocità e impatto agli episodi, altre rallentando tutto quasi fino alla stasi.

Un altro elemento centrale è l’uso della prima persona. In prima persona parla Walton, in prima persona narra la sua storia Frankenstein, in prima persona racconta i primi anni della sua vita il mostro, ed è proprio quando quest’ultimo parla che Mary Shelley forse dà il meglio di sé nell’uso delle descrizioni: in questi capitoli (posti, guarda caso, al centro della storia, dal capitolo undicesimo al capitolo sedicesimo) l’essere ci mostra il mondo attraverso i suoi occhi permettendoci di comprendere la delicatezza del suo animo e di creare un legame di fortissima empatia: “Gli uccelli cantavano con note più gaie e le foglie cominciavano a spuntare dagli alberi. Felice, felice terra! […] L’aspetto incantevole della natura esaltava il mio spirito!

Anche in questa vicenda il paesaggio diventa fondamentale: il succedersi delle stagioni accompagna l’alternarsi degli stati d’animo del mostro; con la primavera arriva la speranza di poter entrare a far parte della famiglia di vicini a cui si affeziona, e con l’inverno arriva la delusione e il nuovo rifiuto. Tutto avviene in maniera del tutto speculare alla storia del suo creatore (i primi anni di vita felici e splendenti, la fine tristissima tra il ghiaccio e la disperazione).

A questo punto è impossibile non notare che, mentre il mostro narra la sua storia, si dipana all’interno di questa narrazione un altro racconto, quello dei vicini a cui egli si affeziona, così la Shelley continua a raccontare storie dentro le storie, in un meccanismo che non sembra mai esaurirsi.

Pubblicato da Monia Sofia

Classe 1988, sono nata e cresciuta tra il mare e le colline di Messina, in Sicilia. Sono sempre stata un'inguaribile testarda e "un'insopportabile Sotuttoio", per queste ragioni ho deciso contro l'opinione di tutti di frequentare prima il Liceo Classico e poi di Laurearmi in Lettere, seguendo quella che erano le mie passioni di sempre, la lettura e la scrittura. Adesso insegno con passione in Umbria, circondata solo dalle colline e lontana dal mare. Continuo a leggere come una pazza disperata, di tutto e di più.

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