Poetry Friday

La calma degli oggetti, a dire il vero, è strana,
un po’ ostile;
il tempo ci dilania e nulla li disturba,
nulla li sopprime.

Sono gli unici testimoni del nostro reale decadere,
dei nostri passaggi a vuoto;
hanno assunto il colore delle nostre vecchie sofferenze,
dei nostri animi insipidi.

Senza riscatto, senza perdono, e troppo simili alle cose,
gravitiamo, inerti;
nulla può placare questa febbre cupa,
questo senso di perdita.

Costruiti dai nostri oggetti, fatti a loro somiglianza,
esistiamo attraverso essi.
Nel nostro intimo, però, giace il ricordo
di essere stati dèi.

Michel Houellebecq

In questa poesia senza titolo, Michel Houellebecq parte dalla distanza che separa uomini e oggetti, che si concretizza nel contrasto tra decadenza e permanenza, per poi approdare a una sorta di identificazione: gli oggetti che consumiamo finiscono per somigliarci, per riflettere le nostre sofferenze. Gli esseri umani, di rimando, hanno perso quella peculiarità che il poeta qui riconosce in una sorta di scintilla divina (il ricordo di essere stati dèi), di cui resta solo un nostalgico richiamo.

La poesia fa parte della raccolta La Vita è Rara, due volumi che includono le riflessioni in versi e prosa poetica dell’autore.

La Vita è Rara, ed. Bompiani

I temi sono quelli cari allo scrittore: la solitudine, la globalizzazione, la difficoltà di trovare un senso all’esistenza, in un percorso di ricerca che sembra tuttavia aprirsi a uno spiraglio di speranza, rappresentato dalla possibilità dell’amore.

Michel Houellebecq, nato nel 1956 nel dipartimento d’oltremare della Réunion, pubblica il suo primo romanzo Estensione del Dominio della Lotta nel 1994 e continuerà a pubblicare romanzi, saggi e poesie, vincendo nel 2010 il prestigioso premio Goncourt. Scrittore provocatorio e controverso, Houellebecq è stato oggetto di numerose polemiche per le sue posizioni politiche. È comunque considerato uno dei più importanti scrittori francesi contemporanei.

Titolo: La Vita è Rara. Tutte le poesie.
Autore: Michel Houellebecq
Editore: Bompiani
Anno: 2016
Genere: Poesia
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Thinking Back Through Our Mothers

La rubrica che,seguendo il consiglio di Virginia Woolf, parla di scrittura, genere e sessualità attraverso le madri della letteratura.

ORLANDO, UN FANTASTICO OSCILLARE

Nel 1928, Virginia Woolf pubblica un romanzo che lei stessa definisce “a writer’s holiday”, una meritata vacanza dopo le fatiche dello sviscerare le personalissime emozioni di Gita al Faro e una pausa ludica in cui radunare le forze necessarie a concepire la sua opera più astratta e sperimentale, Le Onde.

Poiché in verità sento il bisogno di un’evasione dopo questi seri libri sperimentali poetici in cui la forma assume tanta importanza. Voglio scalciare e partire”

scrive un’impaziente Woolf nelle sue lettere. Da questo desiderio di evasione nasce Orlando, la biografia fantastica di quasi quattro secoli di vita dell’omonimo/a protagonista, in cui l’autrice si avventura, con una creatività disinibita e un gusto umoristico che smentisce chiunque provi a relegarla al ruolo di genio depresso, in uno spazio di infinite possibilità in cui esplorare liberamente storia, letteratura e sessualità.

Nella prima parte del romanzo, la Woolf ci guida attraverso gli amori e le disavventure del giovane Orlando nell’Inghilterra del 16° e 17° secolo. La sua bellezza androgina conquista la regina Elisabetta, il primo dei tanti cuori che continuerà a rubare alla corte dei successivi regnanti. Al ritorno da un viaggio a Costantinopoli in qualità di ambasciatore di Carlo II, però, il suo corpo si trasforma misteriosamente e Orlando diventa donna.

Il cambio di sesso, tuttavia, non implica in alcun modo un’automatica alterazione della sua identità di genere, né tantomeno delle sue preferenze sessuali:

“Orlando – vano sarebbe stato negarlo – era diventato donna. Ma sotto ogni altro rapporto, Orlando rimaneva tale e quale quello di prima. Il mutamento di sesso poteva bensì alterare l’avvenire dei due Orlando, ma per nulla affatto la loro personalità.”

Orlando, realizziamo presto, è diventata una creatura composita in cui i due generi non solo si alternano, ma coesistono. In questo senso, la metamorfosi da uomo in donna funziona anche dal punto di vista linguistico, poiché nella lingua del testo il pronome she preserva e include he, aggiungendo una nuova dimensione all’esperienza di Orlando senza privarla di nulla.

Capiamo presto che la vera sfida di Orlando non consiste nel conciliare il maschile e il femminile all’interno della sua persona, bensì nel trovarsi divisa tra la pressione sociale di interiorizzare le convenzioni che regolano il comportamento del nuovo sesso a cui appartiene e lo spontaneo rigetto di norme che contraddicono e sono contraddette dalla sua ricca esperienza transessuale.

In questo senso, Orlando incarna il topos della ricerca identitaria, presentando al contempo un vero e proprio guanto di sfida alla fiducia espressa dal romanzo Vittoriano nella possibilità di possedere un’identità codificabile. Alleniamoci nell’esercizio che ci suggerisce la Woolf nel saggio Una Stanza tutta per sé e proviamo a pensare attraverso le nostre madri letterarie; consideriamo il caso di Jane Eyre. L’eroina Brontiana, che per la sua natura indipendente e refrattaria al compromesso è stata definita una proto-femminista, sopravvive nella narrazione solo poiché non oltrepassa i limiti imposti dal suo genere, rimanendo fedele ai valori di castità e modestia. Il demone del suo desiderio sessuale per Rochester è esorcizzato attraverso la sua proiezione nel corpo della selvaggia Bertha, che viene relegata nel campo dell’inumano e dell’abietto. Nel romanzo Vittoriano, l’identità è legata al genere e ai tratti che esso impone. Come scrive la critica Heilbrun, il maschile equivale a forza, competenza, controllo, vigore, mentre il femminile si identifica con dolcezza, gentilezza, passività e sottomissione.

Judith Butler descrive questa identificazione forzata come una volontà di spacciare per naturali delle categorie che sono in realtà performative, risultato di una pantomima sociale che ha bisogno di una lunga serie di oggetti di scena socialmente codificati per risultare credibile. La Woolf dell’Orlando si concentra in particolare sul ruolo degli abiti nel definire i canoni legati all’identità sessuale e di genere e sulla segregazione tra i sessi che ne consegue:

Così si potrebbe sostener con qualche ragione che sono gli abiti che portano noi, e non noi che portiamo gli abiti; noi possiamo far sì che essi modellino per bene un braccio, o il petto, ma essi modellano il nostro cuore, i nostri cervelli, le nostre lingue a piacer loro. Non era passato molto tempo, e in Orlando l’uso delle vesti femminili aveva modificato persino i tratti del viso. Se paragoniamo il ritratto di Orlando uomo con quello di Orlando donna, vedremo che, per quanto entrambi rappresentino indubbiamente una sola persona, certi mutamenti appaiono palesi. L’uomo ha la mano libera, pronta a stringere il ferro; nella donna, la stessa mano è occupata a trattenere la seta che le scivola dalle spalle. L’uomo guarda il mondo bene in faccia, come se fosse creato per lui solo e foggiato secondo il suo piacere. La donna gli dà un’occhiata in tralice, ambigua e fors’anche un tantino sospettosa. Se portassero entrambi gli stessi abiti, forse la loro apparenza sarebbe la stessa.”

Orlando ambasciatore di Carlo II VS Orlando al suo ritorno da Costantinopoli (in realtà Vita Sackville-West, musa ispiratrice del romanzo).

La reazione di Orlando ai dettami di quello che la Woolf chiama “lo Spirito del Tempo” è un’incessante attività di cross-dressing, un entrare e uscire dai panni più congeniali allo stato d’animo e ai desideri del momento, una continua metamorfosi che concede alla personalità caleidoscopica di Orlando di manifestarsi:

“Sembra che ella non provasse difficoltà alcuna nel sostenere le due parti, poiché mutò di sesso assai più frequentemente di quanto non potranno figurarselo quelli abituati a portar sempre e soltanto gli abiti di un sol sesso; e non c’è dubbio che, con questo espediente, ella non raccogliesse doppia messe; i piaceri della vita ne erano accresciuti, e le esperienze moltiplicate. Orlando scambiava la probità delle brache con la seduzione delle gonnelle, e godeva così la gioia di essere amata da entrambi i sessi.”

Orlando giunge dunque a quella condizione androgina che per Virginia Woolf è il tratto distintivo della creatività. Una mente puramente mascolina non può creare, ci dice l’autrice in Una Stanza tutta per Sè, e lo stesso vale per una mente puramente femminile. Solo attraverso la fusione di entrambi gli aspetti la mente riesce a esprimersi al massimo delle sue potenzialità. E se il processo di ricerca identitaria di Orlando è continuamente interrotto da “e”, “ma”, “penso”, “forse”, “non so”, sono infatti le ambizione letterarie del protagonista a rimanere costanti nel corso della sua variegata esperienza, il tentativo estenuante e ininterrotto di raggiungere un’espressione letteraria della realtà soddisfacente, di gettarle “sempre dietro le mie parole come reti”, anche se i risultati sono sempre parziali e le reti “si afflosciano come sono flosce le reti che ho visto tirar su a bordo con null’altro che alghe”, anche se la vera essenza della realtà, “i grandi pesci che vivono nelle foreste di coralli”, continuano a sfuggire.

La vita dell’Orlando Woolfiano, in conclusione, è caratterizzata dalla molteplicità delle forme e dal cambiamento incessante e la sua personalità è il risultato di una frammentazione prismatica del sé in una varietà infinita di tonalità. Il cambio di sesso di Orlando è solo l’aspetto più visibile di un’identità che, attraverso un processo continuo di espansione temporale, spaziale e di genere, diventa un’amalgama di tratti distintivi che coesistono all’interno delle barriere flessibili di un corpo camaleontico.

Titolo: Orlando
Autore: Virginia Woolf
Editore: Feltrinelli
Genere: Romanzo
Argomento: identità di genere; letteratura femminile
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Poetry Friday

Libertà di Paul Éluard

Paul Éluard pubblica clandestinamente la raccolta Poésie et Verité 1942 nella Francia occupata dai nazisti.

Nello stesso anno, la RAF disperde sui territori occupati dalla Resistenza francese migliaia di copie di una delle poesie contenute nella raccolta. Il suo emblematico titolo è Libertà.

Da quel momento, le parole di Éluard diventano un coro da innalzare ogni qualvolta l’ideale che contengono venga minacciato.

Libertè j’ecris ton nom: il manifesto esposto al Centre Pompidou in seguito agli attentati di Parigi del 2015.

Nel film del 2014 Maps to the Stars, i giovani protagonisti della pellicola di David Cronenberg declamano alcuni versi della poesia di Éluard attribuendovi tutt’altro valore, trasportandoli in una sfera individuale, di ricerca esistenziale,  ma al tempo stesso restituendone intatta la potenza di mantra protettivo.

La libertà, ci dice Éluard, è una luce universale che si irradia su tutto, sulle “stagioni fidanzate e su “ogni alito di aurora”, sulla “schiuma delle nuvole” e sui “gradini della morte”, per poi frammentarsi in un caleidoscopio di sfumature legate al vissuto personale, come i “quaderni di scolaro” e il “cane ghiotto e tenero” menzionati dal poeta.

Ma se dovessi davvero spiegarvi perché amo questa poesia, vi direi che per me è come aria fresca e pura da respirare a pieni polmoni, che vorrei riempisse l’atmosfera che abito, che fosse incisa sulle pareti di casa e declamata dalle persone che incontro, per non correre mai il rischio di rimanere a corto di ossigeno. 

LIBERTÀ – PAUL ÉLUARD

Su i quaderni di scolaro
Su i miei banchi e gli alberi
Su la sabbia su la neve
Scrivo il tuo nome

Su ogni pagina che ho letto
Su ogni pagina che è bianca
Sasso sangue carta o cenere
Scrivo il tuo nome

Su le immagini dorate
Su le armi dei guerrieri
Su la corona dei re
Scrivo il tuo nome

Su la giungla ed il deserto
Su i nidi su le ginestre
Su la eco dell’infanzia
Scrivo il tuo nome

Su i miracoli notturni
Sul pan bianco dei miei giorni
Le stagioni fidanzate
Scrivo il tuo nome

Su tutti i miei lembi d’azzurro
Su lo stagno sole sfatto
E sul lago luna viva
Scrivo il tuo nome

Su le piane e l’orizzonte
Su le ali degli uccelli
E il mulino delle ombre
Scrivo il tuo nome

Su ogni alito di aurora
Su le onde su le barche
Su la montagna demente
Scrivo il tuo nome

Su la schiuma delle nuvole
Su i sudori d’uragano
Su la pioggia spessa e smorta
Scrivo il tuo nome

Su le forme scintillanti
Le campane dei colori
Su la verità fisica
Scrivo il tuo nome

Su i sentieri risvegliati
Su le strade dispiegate
Su le piazze che dilagano
Scrivo il tuo nome

Sopra il lume che s’accende
Sopra il lume che si spegne
Su le mie case raccolte
Scrivo il tuo nome

Sopra il frutto schiuso in due
Dello specchio e della stanza
Sul mio letto guscio vuoto
Scrivo il tuo nome

Sul mio cane ghiotto e tenero
Su le sue orecchie dritte
Su la sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome

Sul decollo della soglia
Su gli oggetti familiari
Su la santa onda del fuoco
Scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Su la fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Scrivo il tuo nome

Sopra i vetri di stupore
Su le labbra attente
Tanto più su del silenzio
Scrivo il tuo nome

Sopra i miei rifugi infranti
Sopra i miei fari crollati
Su le mura del mio tedio
Scrivo il tuo nome

Su l’assenza che non chiede
Su la nuda solitudine

Su i gradini della morte
Scrivo il tuo nome

Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Su l’immemore speranza
Scrivo il tuo nome

E in virtù d’una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti

Libertà.

(traduzione di Franco Fortini)

Titolo: Libertà (edizione illustrata)
Autore: Paul Éluard
Editore: Gallucci
Anno: 2013
Genere: Poesia
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Receindue: Persone Normali di Sally Rooney…

Perché limitarsi a sentire solo una campana? Qui siamo in due e ognuna ha il suo punto di vista da comunicare. Queste recensioni sono nate dopo lunghe e appassionate conversazioni, perché parlare di letteratura è una delle cose che più amiamo, che più ci intrattengono e fanno crescere. Eccovi quindi una recensione doppia su “Persone Normali” di Sally Rooney. ATTENZIONE: SPOILER!

… secondo Maria

Giuro di aver iniziato con le migliori intenzioni. Desideravo ardentemente amare questo romanzo, speravo con tutto il cuore che Sally Rooney, l’autrice irlandese eletta da stampa e lettori come “next big thing” della letteratura contemporanea e aprioristicamente destinataria del mio favore in virtù dei miseri 10 mesi che separano i nostri compleanni, fosse davvero la voce di questa generazione.

La realtà è che noi millennials sentiamo il bisogno che si parli di noi, e non solo come zombie tecnologici inermi di fronte alle tragiche sfide affidateci dalle generazioni precedenti. In particolare, i millennials più consapevoli esigono che sia data dignità letteraria alle loro scelte obbligate, alle emozioni incomunicabili, ai mille caffè da Starbucks. Ce lo meritiamo, il nostro romanzo epocale. Ma Normal People, definito da The Guardian “a future classic”, ha deluso le mie aspettative.

Partiamo dai nostri protagonisti, Marianne e Connell, a cui spetta il compito di farsi emblema del millennial complicato; un crogiolo di problematiche che colpiscono in maniera massiccia e spesso invalidante adolescenti e giovani adulti, quali depressione e insicurezza, violenza domestica, instabilità economica e futuro incerto, e che nel romanzo della Rooney sembrano quasi facili espedienti per rendere i personaggi più cool sfruttando la sempiterna fascinazione per gli outsider. La somma degli addendi forma il cliché, leggermente rimescolato, della ragazza ricca e intelligente ma con un profondo abisso emotivo e dello sportivo che scopre di avere un cervello.

I personaggi secondari sono quelli che patiscono di più, fatta eccezione per la giovane mamma di Connell. Se le amiche e gli amici dei due giovani sono spesso uno sfondo macchiettistico su cui far risaltare i colori brillanti della coppia (si veda in particolare Peggy, il cui principale scopo nella vita è accalappiare un marito ricco), la madre e il fratello violento di Marianne, che non riesce alla tentazione sadica di insultarla e sputarle addosso ogni volta che i loro sguardi si incrociano, sono una pozza di odio profondo privo di sfumature che serve da catalizzatore dei disagi di Marianne, vittima di una coazione a ripetere le stesse dinamiche malate vissute in famiglia. 

Alla Rooney va indubbiamente dato il merito di avere voluto esplorare le dinamiche delle relazioni fluide che caratterizzano i nostri tempi e che convivono fianco a fianco con le nostre ancora radicatissime aspirazioni borghesi. Il rapporto che si instaura tra i due protagonisti nell’arco temporale che va dal liceo all’università è l’aspetto del romanzo che più ha colpito e commosso i lettori. La sua costruzione  narrativa soffre però di quello che, per chi scrive, è il peccato capitale dello scrittore: sacrificare lo showing, il mostrare il rapporto tra i personaggi attraverso le azioni e le interazioni tra gli stessi, a favore di un telling che diventa spesso pura didascalia. Consideriamo il passaggio seguente:

Le conversazioni che seguono per Connell sono gratificanti, spesso prendono pieghe inaspettate spingendolo a esprimere idee che non ha mai consapevolmente formulato prima. Parlano dei romanzi che lui sta leggendo, della ricerca che lei sta studiando, del momento storico preciso in cui stanno vivendo, della difficoltà di osservare tale momento nel suo farsi. Ogni tanto ha la sensazione che lui e Marianne siano come pattinatori di figura, che improvvisino i loro scambi con una tale abilità e una sincronizzazione cosí perfetta da rimanerne entrambi sorpresi. Lei si lancia leggiadramente in voli pindarici e ogni volta, senza sapere come farà, lui la riacchiappa. Il fatto che probabilmente faranno di nuovo sesso prima di dormire di sicuro rende le chiacchiere piú piacevoli, e sospetta che l’intimità dei loro discorsi, spesso oscillanti tra il concettuale e il personale, contribuisca a sua volta a migliorare il sesso.

Così come mutilare una banale frase in prosa e disseminarne i pezzi in un rivolo di versi non equivale automaticamente a scrivere una poesia, allo stesso modo elencare degli argomenti di conversazione insistendo su quanto la stessa sia brillante, non equivale a creare una conversazione letteraria brillante. L’intimità tra i due protagonisti è più una realtà che siamo indotti ad accettare, senza riceverne delle prove soddisfacenti, che un fatto letterario.

A ciò va aggiunto uno stile che spesso si avvicina a un trattamento cinematografico, caratterizzato da una paratassi descrittiva piuttosto piatta attraversata da guizzi retorici discutibili, come la bislacca similitudine canina di cui è vittima Connell:

Lui annuisce, tamburellando le dita sul volante. Ha un corpo incredibilmente massiccio e delicato, sembra un labrador.

Nonostante le premesse, tra me e la Rooney non è scoppiata la scintilla. Non fraintendetemi però: il romanzo, nonostante tutto, vale una lettura, che è peraltro piuttosto scorrevole. Varrebbe forse però la pena prendersi una pausa dalla spasmodica ricerca del capolavoro editoriale per permettere ai giovani autori di crescere senza pesi che non sono ancora pronti a sostenere.

… secondo Monia

Marienne e Connell hanno 18 anni e frequentano l’ultimo anno di scuola superiore.
Lei, orfana di padre, appartiene a una ricca famiglia di Carricklea, fittizia cittadina irlandese, dove tutti si conoscono e in cui si respira un’aria asfittica e provinciale. Lui, invece, il padre non lo ha mai conosciuto, la madre è infatti una giovane trentacinquenne, single, che lavora come domestica presso la famiglia di Marianne. I due frequentano la stessa scuola ma non gli stessi giri: Connell è il classico golden boy, bravo negli studi, bravo nello sport, ammirato da amici e ragazze; Marianne invece è un’outsider: geniale ma solitaria, non ha amici e viene snobbata. Marianne e Connell a scuola fanno finta di non conoscersi, ma quando lui va a prendere la madre a fine lavoro, si premura sempre di arrivare prima così da poter trascorrere del tempo con lei e parlare: sin da subito, in un incipit piuttosto scialbo e banale, l’autrice mette in chiaro che i due sono geniali e a causa di questa loro “unicità” nessuno può davvero capirli, se non l’altro.

Connell suona il campanello e Marianne va ad aprire. Ha ancora addosso la divisa scolastica ma si è tolta il maglione, per cui è in gonna e camicetta, e senza scarpe, solo con i collant.
Oh, ciao, dice lui.
Entra.
Si volta e si avvia per il corridoio. Lui la segue, chiudendosi la porta alle spalle. Scende i pochi gradini che portano in cucina. Dove sua madre Lorraine si sta sfilando un paio di guanti di gomma. Marianne si siede sul piano di lavoro con un saltello e prende un barattolo aperto di crema di cioccolato nel quale ha lasciato un cucchiaino. 
Marianne mi stava dicendo che oggi vi hanno dato i risultati della simulazione d’esame, dice Lorraine.
Ci hanno ridato quello d’inglese, dice lui. Li restituiscono separatamente. Vuoi che c’incamminiamo?
Lorraine piega i guanti con cura e li ripone sotto il lavandino. Poi inizia a sciogliersi i capelli. A Connell sembra che potrebbe farlo in macchina.
E ho sentito che sei andato benissimo, dice lei.Il migliore della classe, dice Marianne.
Bene, dice Connell. Nemmeno Marianne è andata male. Ci sei?
[…]
Hai avuto i risultati di francese, oggi?
Ieri.
Appoggia la schiena al figorifero e la guarda leccare il cucchiaio. […]
Ho preso A1, dice lui. Tu quanto hai preso di tedesco?
A1, dice lei. Esagerato!Uscirai con seicento, vero?
Lui alza le spalle. Tu probabilmente sì, dice.
Be’, tu sei più intelligente di me.
Non te la prendere, sono più intelligente di chiunque altro.

Purtroppo, in questa prima parte del romanzo, i dialoghi non sono troppo brillanti e la narrazione risulta poco fluida, probabilmente anche a causa della mancanza delle virgolette per segnalare i dialoghi, espediente che l’autrice usa per rimarcare la continuità tra i pensieri dei protagonisti e ciò che accade loro intorno. Tutto questo, potrebbe far desistere dalla lettura o, in alternativa, affascinare irrimediabilmente, perché la curiosità di sapere se si cela qualcosa di più dietro due personaggi che al momento non hanno nulla di accattivante, dietro uno stile non convenzionale, effettivamente, potrebbe nascere. Effettivamente qualcosina di più c’è e l’incipit può, così, risultare invalidante.

Tra Marianne e Connell nasce una lunga relazione, un amore tormentato che prima è vissuto clandestinamente e poi sempre con grandi difficoltà emotive e di intesa: non possono fare a meno l’uno dell’altra, ma non riescono a stare insieme in modo da soddisfarsi o capirsi veramente.
Da un punto di vista stilistico, il testo presenta, come già accennato, lunghe sequenze riflessive, simili a veri e propri flussi di coscienza, con focalizzazione alternata in cui si innestano i dialoghi. La tecnica non sempre è efficace perché, il prevalere del telling a discapito dello showing, tende a banalizzare la narrazione, soprattutto nella prima parte del racconto, quando Marianne e Connell sono ancora adolescenti.

“I compagni di Marianne hanno tutti l’aria di adorare la scuola e trovarlo normale. Vestirsi ogni giorno con la stessa divisa, conformarsi continuamente a regole arbitrarie, essere esaminati per capire i segnali di cattiva condotta, tutto questo per loro è normale. Non vivono la scuola come un ambiente oppressivo.”

Questo è un buon esempio di come le continue riflessioni possano talvolta impoverire il narrato: il punto di vista è quello di Marianne, che si sente diversa ed effettivamente è diversa, perché ha un vissuto doloroso e inquieto, ma una riflessione del genere risulta superflua, se non addirittura dannosa, all’economia del romanzo, in cui l’inadeguatezza della protagonista emerge chiaramente dalle sue azioni: nella prima parte della narrazione Marianne pensa di essere sbagliata e anomala, ma è solo nella seconda parte che vediamo perché lo è. Se ci fossero state risparmiate le elucubrazioni mentali, sarebbe stata sicuramente una lettura più interessante.

Le vicende di Marianne e Connell iniziano a Gennaio 2011 e terminano nel Febbraio del 2015. Ogni capitolo rappresenta un balzo temporale e questa scelta permette alla Rooney di seguire i suoi protagonisti anche nel percorso universitario, di mostrarci la difficoltà di adattarsi al mondo post scolastico e ad una città come Dublino, più grande ma ugualmente poco stimolante. In questo contesto la situazione si inverte: Marianne diventa popolare mentre Connell, che ha scelto di iscriversi al Trinity College su esortazione di Marianne ma anche per seguirla, si sente inadeguato.
A questo punto della narrazione sono evidenti i nuclei tematici del racconto, che procede in sostanza per dicotomie: il maschile che si scontra con il femminile generando incomunicabilità; le aspirazioni intellettuali (soprattutto da parte di Connell) che si scontrano contro il desiderio di costruirsi una vita economicamente sicura; la differenza di status sociale ed economico; il desiderio di normalità che si scontra con l’inevitabile follia e il desiderio di unicità. Si tratta di topoi tipici di questo genere letterario (il romanzo di crescita e formazione), che possiamo ritrovare in un numerosi altri esempi letterari, cinematografici o televisivi.
Ma procediamo con ordine. Marianne rappresenta il femminile nei suoi aspetti di seduzione e sottomissione: è maltrattata a casa, incompresa e, quindi, è alla costante ricerca di approvazione. Negli anni del liceo si sente bruttina e solo all’università, lontana dalla famiglia, fiorisce, tuttavia, è incapace di gestire in modo maturo e consapevole i propri sentimenti e le proprie relazioni, questo perché si ritiene indegna di essere amata e così vive relazioni malsane, in cui subisce abusi fisici e psichici; inoltre, è chiaramente anoressica: un coacervo di disagrazie, insomma. Purtroppo, nella prima parte del romanzo, a causa del difetto di narrazione di cui parlavo prima, Marianne sempre il classico personaggio “ma le ha tutte lei!”, la situazione migliora notevolmente nella seconda parte, di cui sono da segnalare due episodi. Il primo è il litigio durante le vacanze estive in Italia con il fidanzato di turno, Jamie: l’uomo, per dispetto, distrugge una coppa di champagne appartenuta al padre di Marianne e da lì prende avvio lo scontro. Marianne è legata a quel simbolo, Jamie calpesta i suoi sentimenti per il piacere di farlo e perché lei glielo ha sempre permesso. Il tutto viene descritro con gli occhi di Connell, che interverrà per “salvare” Marianne. Insomma, un bell’intrecciarsi di punti di vista e sentimenti. Altro episodio è quello in cui Marianne ha una colluttazione con il fratello, Adam, uomo violento, prepotente e invidioso della sorella, che non manca mai di umiliarla verbalmente e, in questo caso, addirittura di ferirla fisicamente. Anche in questa circonstanza interverrà Connell in soccorso dell’amata. In entrambi i casi, non viene spiegato troppo il perché i personaggi agiscono in una certe maniera, le cose accadono e basta e questo è più che sufficiente per comprendere la sofferenza di Marianne.
Connell, forse il più interessante tra i due, è un personaggio pieno di contraddizioni. La sua massima aspirazione è quella di essere una persona normale, dove normale ha tutta l’apparenza di equivalere ad anonimo. Vorrebbe studiare legge, avere una brava ragazza accanto, essere ritenuto una brava persona. C’è solo un problema che si frappone tra lui e la sua aspirazione: Marianne. Connell la desidera ma allo stesso tempo la teme, perché ne percepisce nettamente l’irrequietezza, la vena masochistica. Nonostante questo non può fare a meno di orbitarle attorno e di lasciarsi influenzare da lei. Finisce così per arrendersi alla sua anormalità: scegli di studiare letteratura inglese; sceglie (dopo una relazione normale con una ragazza normale che lo faceva sentire normale) di arrendersi all’amore disturbante, inquieto, pieno di incomprensioni, per Marianne; sceglie di diventare uno scrittore. In realtà sembra nascondersi in lui una vena perversa, che lui tenta di reprimere: si sforza costantemente di essere una brava persona e, quando non ci riesce, si deprime.

Un altro tema centrale è la differenza di classe sociale, che viene vissuta con grande disagio da Connell e appena percepita da Marianne, che valuta chi la circonda in base a quanto stimolante possa essere intellettualmente per lei quella frequentazione (tralasciamo il fatto che poi, a conti fatti, le amicizie di Marianne siano quasi tutte pessime: brutte persone le cui personalità emergono per lo più da veloci descrizioni, quasi delle macchiette).

“Sono i soldi, la sostanza che conferisce realtà al mondo.”

Questo pensa la parte più pragmatica di Connell, che si scontra con i suoi ideali romantici di scrittore. La sua condizione sociale ed economica lo fa sentire costantemente inadeguato rispetto a Marianne, che invece non dà alcun peso al denaro. Emblematico è l’episodio della borsa di studio: per Marianne, vincerla equivale a dimostrare la sua superiorità intellettuale, per Connell è solo una questione di soldi. Connell dà importanza anche alle frequentazioni e allo status sociale, e questo è il motivo per cui per lungo tempo nasconde la relazione con Marianne, che percepisce non solo tossica per se stesso, ma anche socialmente inadeguata per via dell’opinione che tutti hanno della ragazza. Questi aspetti di Connell cozzano con il suo innato romanticismo e con la necessità di fare sempre la cosa giusta: Connell si lascia prendere dal dramma dei romanzi, addirittura è costretto a chiudere il libro quando, in Emma, il signor Knightley pare voglia chiedere ad Harriet di sposarlo; guarda il mondo con la sensibilità dello scrittore, scrivendo lunghe email descrittive per Marianne; è il classico cavalier servente: non può fare a meno di salvare Marianne dagli altri e da stessa; allo tempo soffre per la differenza di classe sociale, soffre perché vorrebbe essere tutto meno ciò che è, soffre perché ama Marianne quando vorrebbe amare una brava ragazza che non dà complicazioni. Cade addirittura in depressione perché percepisce se stesso non adeguatamente buono, bravo e altruista rispetto a quanto vorrebbe. Tutti questi aspetti convivono coerentemente in Connell che è, probabilmente, il motivo principale per cui il romanzo funziona e vale la lettura.

Un altro aspetto che ho apprezzato, e che rende il romanzo interessante, sono i momenti in cui l’autrice sceglie di mostrarci come i personaggi percepiscono se stessi e l’altro e quanta differenza ci sia in questo percepire e percepirsi: le differenze sociali, economiche e, ovviamente, di genere; il modo in cui i personaggi vendono se stessi da soli e in relazione all’altro; il modo in cui si idealizzano a vicenda; i fraintendimenti nell’interpretare i pensieri dell’altro causano delle situazioni di incomprensione e incomunicabilità che portano a dei punti di rottura.

Impossibile, arrivati a questo punto, non parlare di come la scrittura, la lettura e la cultura abbiano un ruolo fondamentale nella storia: i due personaggi sono immersi nel loro mondo fatto di astrazioni intellettuali, nei loro dibattiti sull’attualità e sulla letteratura (dibattiti a cui noi, ahimé, non assistiamo mai). Le persone che li circondano non possono capirli: o li guardano straniti per quella che ritengono essere un’eccentricità, oppure vivono la cultura come sfoggio, senza darle il giusto significato. Connell e Marianne sono gli unici depositari del vero significato della conoscenza.

Sa bene che gran parte degli studenti di lettere vedono i libri essenzialmente come uno strumento per apparire colti. […] Era cultura intesa come manifestazione di classe, letteratura elevata a feticcio per la sua capacità di offrire agli eruditi finte esperienze emotive, cosicché in seguito potessero sentirsi superiori agli incolti delle cui esperienze emotive amavano leggere. Anche se in sé lo scrittore era una brava persona, e anche se il suo lavoro era davvero acuto, alla fin fine i libri sono tutti commercializzati come status symbol, e chi più chi meno gli scrittori partecipavano tutti a questa commercializzazione.

Le riflessioni del genere abbondano nel libro e, probabilmente, sono una delle scelte che meno ho apprezzato: “Persone Normali” è un romanzo che si presta perfettamente a quelle dinamiche di commercializzazione che l’autrice critica per bocca di Connell, tant’è che in alcuni momenti sembra voler parlare alla parte più compiaciuta del suo pubblico, che ha un’alta opinione di sé per ciò che sceglie di leggere. Insomma, se la sarebbe potuta risparmiare.

Tirando le fila del discorso, posso dire che “Persone normali” è sicuramente una lettura interessante e anche avvincente, tuttavia dubito che possa in qualche modo resistere al passare del tempo e diventare un romanzo generazionale, perché non ne ha le qualità stilistiche e narrative: i problemi di questi ragazzi sono senza tempo (pensate a “Il giovane Holden” che già a cavallo tra anni ’40 e’ 50 non sapeva chi fosse e cosa avrebbe fatto della sua vita), non sono rappresentativi dei Millenials più di un romanzo o di una serie televisiva degli anni ’80 o’ 9; infatti, l’unico grande aspetto che distingue i nati dopo la rivoluzione tecnologica viene appena sfiorato (e-mail nel 2014? Bah). Ovviamente questo di per sé non è un difetto, semplicemente non è quello che mi aspetto da un romanzo definito generazionale. Nonostante questo, credo che l’autrice, se adeguatamente supportata, abbia ottimi margini di crescita.

Titolo: Persone Normali
Autore: Sally Rooney
Editore: Einaudi
Genere: Narrativa
Argomento: Relazioni interpersonali; romanzo psicologico; romanzo di formazione
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Adventure Time!

“Adventure Time!” è la rubrica che parla di storie per ragazzi, o meglio, di storie che parlano al ragazzo che è in ognuno di noi.

Storie di Memoria

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto più ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte e oscurate: anche le nostre.
Primo Levi

Le vacanze per me sono sempre il momento migliore per recuperare letture che poi proporrò in classe ai miei studenti. Un tema che mi è sempre caro è quello della memoria e, questo agosto, Repubblica ha intercettato i miei interessi proponendo come supplemento una graphic novel del 2017, “Primo Levi“, scritta da Matteo Mastragostino e illustrata da Alessandro Ranghiasci per la casa editrice Becco Giallo. In una nota di chiusura all’albo, Mastragostino ripercorre la genesi di questo suo racconto, che prende vita grazie ai bellissimi disegni di Alessandro Ranghiasci. La storia parte da un episodio immaginato, un incontro di Primo Levi con una classe della scuola elementare Rignon di Torino, la stessa che il grande autore frequentò da bambino. Primo Levi racconta ai bambini l’esperienza nei lager, emozionando i suoi piccoli ascoltatori inizialmente scettici e poco propensi all’ascolto. Il volume, di sole 100 pagine, è coinvolgente e commovente: è evidente lo studio appassionato e sentito condotto da Mastragostino su Primo Levi, uomo e scrittore che con coraggio ha testimoniato e parlato, nonostante la grande sofferenza che i ricordi suscitavano in lui. Mastragostino ha amato e interiorizzato l’opera di Primo Levi e questo traspare dal suo racconto, in cui intercetta con grande sensibilità una vasta gamma di emozioni, su cui domina il senso colpa del sopravvissuto. Di grande pregio sono anche le tavole: la rappresentazione dei campi di concentramento, e in particolare degli ebrei, mi ha ricordato i topolini di Maus, l’opera di Art Spiegelman : volti uguali, spersonalizzati a causa del dolore e delle sofferenze fisiche ma, soprattutto, psicologiche, quelle che hanno lasciato le ferite più profonde, difficili, impossibili da rimarginare.

Titolo: Primo Levi
Autore: Matteo Mastragostino, Alessandro Ranghiasci
Editore: Becco Giallo
Genere: Biografia
Argomento: Shoah
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“Liliana, sai che non puoi più andare a scuola…”
“Ah, no?” gli dissi io cercando un perché con gli occhi smarriti. Lui lo capì.
“perché ci sono delle nuove leggi per noi che siamo ebrei. Tu, come tutti i bambini ebrei, sei stata espulsa dalla scuola.”
Espulsa. Avevo appena compiuto otto anni, era settembre e la scuola cominciava il 12 ottobre.
Fino a quando la mia stella brillerà

A “Primo Levi” ho affiancato la lettura di “Fino a quando la mia stella brillerà“, biografia di Liliana Segre scritta da Daniela Palumbo, edita da Piemme nel 2015 nella collana Il Battello a Vapore. Il romanzo è destinato a un pubblico giovane, ma credo che possa essere adatto ad ogni età, non nascondo, infatti, di essermi commossa mentre leggevo, e più di una volta. Daniela Palumbo racconta la storia di Liliana usando la prima persona, scelta che permette una totale immedesimazione, e scandisce gli eventi che caratterizzano la storia della protagonista in tre parti: l’infanzia di Liliana, felicissima e spensierata, trascorsa sommersa dall’affetto del padre e dei nonni; il momento in cui, a causa delle leggi razziali, cambia tutto nella vita di questa splendida e vivace bambina, costretta a lasciare la scuola e poi a fuggire e a nascondersi; infine, nell’ultima parte, quella più dolorosa, viene raccontato con sincerità ma senza morbosità l’orrore di Auschwitz. Liliana, come sappiamo tutti, sopravvive, ma porta con sé il dolore della perdita del padre e dei nonni, e il senso di colpa per essere sopravvissuta, colpa che sente con forza anche Primo Levi e che sicuramente è il sentimento che più mi colpisce ogni volta che leggo opere che parlano della Shoah.
Bellissima, infine, è la copertina illustrata da Desideria Guicciardini, in cui una graziosa bambina vestita di bianco spicca il volo verso il cielo, dove brillano le stelle che alimentano speranza e desiderio di vivere di Liliana; sullo sfondo, invece, c’è la figura di un uomo, l’amato padre, che con il suo esempio, il suo amore e i suoi insegnamenti ha fatto sì che Liliana sopravvivesse all’orrore e al dolore.

Entrambe le letture sono adattissime a un pubblico di tutte le età, sempre attuali perché è proibito dimenticare.

Titolo: Primo Levi
Autore: Liliana Segre con Daniela Palumbo
Editore: Piemme
Genere: Biografia
Argomento: Shoah
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Poetry Friday

Saffo di Alda Merini

Charles Mengin, Saffo

O diletta, da cui compitai il mio lungo commento,
o donna straordinaria vela che adduci ad un porto
o storica magia o dolce amara
essenza delle muse coronate
di viole e fiori, viola pur te stessa,
perché mai l’abbacinante sgomento
di un amore ingiustamente negato?

Inauguro l’appuntamento poetico del venerdì con una poesia di Alda Merini che parla di Saffo. Questo è solo uno dei diversi componimenti che la poetessa italiana dedica alla greca e alla sua opera (“Saffo, antica maestra e disperata/portatrice d’amore”). La figura di Saffo (VII-VI sec. a.C.), definita da Alceo “chioma di viola”, epiteto ripreso dalla stessa Merini in questa e altre poesie, è stata più volte oggetto di riletture letterarie, ma la Merini è colei che più di tutte coglie l’essenza della poetessa greca, forse perché accomunate dalla sofferenza, in particolare da quella d’amore. Ho scelto questo componimento perché è presente in una raccolta a cui sono particolarmente affezionata, “Vuoto D’Amore“, un’antologia di poesie della scrittrice pubblicata nel 1991 da Einaudi. La raccolta, a cura di Maria Corti, comprende piccoli volumi pubblicati in precedenza e numerosi testi al tempo inediti. Questa antologia raccoglie le poesie che più amo di Alda Merini, probabilmente tra le sue più significative e rappresentative, inoltre ha segnato il mio primo vero incontro con questa poetessa e da allora è stato amore. Qual è, invece, la vostra poesia preferita della Merini?

Alda Merini

Alda Merini (Milano, 1931 – Milano, 2009) è stata poetessa e scrittrice italiana. Il suo intenso vissuto le conferisce un’estrema sensibilità che emerge potente nelle sue poesie, con cui dà corpo e voce alla sua condizione di fragilità. Nonostante il manicomio, i lutti e le sofferenze, riesce a sopravvivere alla vita e a raccontarla con le sue rime schiette e impietose, unica cura e vero rifugio dai suoi mali. Per chi volesse “incontrarla”, consiglio il documentario presente su NetflixLa pazza della porta accanto: Conversazione con Alda Merini“, videoritratto del 2013 diretto da Antonietta De Lillo, in cui la poetessa racconta in modo intimo e confidenziale i diversi momenti della sua vita.

Titolo: Vuoto D’Amore
Autore: Alda Merini
Editore: Einaudi
Anno: 1991
Genere: Poesia
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Sicilia bedda e galeotta…

Le calde estati siciliane sono foriere di idee un po’ folli.

Immaginate: la costa siciliana e due amiche in viaggio verso spiagge incantevoli, con il mare e le colline che brillano sotto il sole cocente e, mentre queste meraviglie splendono luminose di fronte ai loro occhi, le due parlano a ruota libera di viaggi, musica, cinema, vita e libri.

Sant’Ambrogio, Sicilia

Le conversazioni sono lunghe e immersive: la letteratura femminile, quella per ragazzi, le più recenti proposte editoriali che non sempre ci colpiscono come vorremmo e dovrebbero. E poi, ancora, le trasposizioni cinematografiche, i classici, i cari vecchi libri riletti decine di volte. Ci sono fiumi di cose da dire, di suggerimenti da scambiarsi e sarebbe bello confrontarsi anche con altri. Allora l’idea. Apriamo un blog e scriviamo, apriamo una pagina instagram e condividiamo, partecipiamo attivamente dicendo la nostra, senza pretese, senza aspettarci niente se non di scoprire cose nuove, nuovo bello, nuove idee, nuove emozioni (dici niente!). Perché non c’è esperienza più intensa che condividere e partecipare.

Così nasce Libromanti: stiamo esplodendo di idee, speriamo che non ci travolgano e di riuscire a trovare il modo per esprimerci e divertirci.

Chi siamo?

“Il solo consiglio… che una persona può dare a un’altra a proposito della lettura è di non seguire nessun consiglio, ma i propri istinti, usare la propria ragione, giungere alle proprie conclusioni. Se su questo siamo d’accordo, allora mi sento libera di presentare un po’ di idee e suggerimenti perché non permetterete loro di incatenare quell’indipendenza che è la qualità più importante che un lettore può possedere. Dopo tutto, quali leggi sui libri possono essere stabilite?”

Come leggere un libro, Virginia Woolf

Chi siamo?

Maria & Monia. Nate in Sicilia, emigrate per lavoro in Lombardia e Umbria. Siamo legate dal mare, dal nostro lavoro, dal femminismo e dalla passione per i libri. Abbiamo letto e ascoltato per anni quello che il web aveva da offrirci, ci è parso il momento di giusto per iniziare a far sentire la nostra.

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