Thinking Back Through Our Mothers

La rubrica che,seguendo il consiglio di Virginia Woolf, parla di scrittura, genere e sessualità attraverso le madri della letteratura.

I Monologhi della Vagina di Eve Ensler.

I Monologhi della Vagina, opera teatrale della scrittrice e drammaturga femminista Eve Ensler, debuttano a Off-Broadway nel 1996. L’intento dell’autrice è chiaro: in primo luogo sdoganare la parola proibita e impronunciabile, vagina, liberandola dalle catene del taboo. Una volta fatto ciò, rendere la vagina stessa protagonista del discorso, dandole voce e riconoscendola come sede esperienziale e percettiva dell’essere donna e non come mero nido del piacere maschile.

“L’argomento è la vagina. La pronuncio nel sonno. La dico perchè non è previsto che la dica. La dico perchè è una parola invisibile – una parola che suscita ansia, imbarazzo, disprezzo e disgusto. La dico perchè credo che ciò che non si dice non venga visto, riconosciuto e ricordato. Ciò che non diciamo diventa un segreto, e i segreti spesso creano vergogna, paura e miti. La dico perchè un giorno o l’altro vorrei sentirmi a mio agio pronunciandola, e non vergognarmi o sentirmi in colpa.”

I monologhi raccolti dalla Ensler raccontano di peli e masturbazione, stupro e infibulazione, alternando momenti buffi e tragici, lirici e rivelatori, restituendo la bellezza del corpo femminile senza edulcorazioni, mostrandone la sofferenza e glorificandone il potere, come in questa descrizione di un orgasmo, forse una delle più belle mai scritte:

Mi sentivo come un’astronauta che rientra nell’atmosfera terrestre. è stato molto calmo il rientro: calmo e dolce. Rimbalzavo e atterravo. Atterravo e rimbalzavo. Entravo nei miei muscoli, nel cuore e nelle cellule e poi, ecco, scivolavo dentro la vagina. Improvvisamente era tutto così facile e io ci stavo comoda. Ero calda, pulsante, pronta, giovane e viva. E poi. senza guardare, con gli occhi ancora chiusi, ho messo il dito su ciò che tutt’a un tratto era diventato me. Ho sentito un piccolo tremito dapprima, che mi ha convinto a restare. Poi il tremito è diventato un terremoto, un’eruzione, con gli strati che si dividevano e si suddividevano. Il terremoto si disperdeva in un antico orizzonte di luce e silenzio, che si apriva su una piana di musica e colori e innocenza e nostalgia, e io mi sentivo collegata, unita mentre mi dimenavo sul mio tappetino blu.

Nonostante l’enfasi posta dalla Ensler sugli aspetti corporali e anatomici della femminilità sia stata ampiamente e in parte comprensibilmente contestata dalla critica femminista e transgender, I Monologhi rimangono un’opera fondamentale che contribuisce all’erosione del discorso patriarcale sul corpo femminile, restituendo alle donne la facoltà di raccontare di una parte della propria esperienza troppo spesso censurata.

Titolo: I Monologhi della Vagina
Autore: Eve Ensler
Editore: Il Saggiatore
Genere: pièce teatrale
Argomento: femminismo, letteratura femminile
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Adventure Time!

“Adventure Time!” è la rubrica che parla di storie per ragazzi, o meglio, di storie che parlano al ragazzo che è in ognuno di noi.

Coraline di Neil Gaiman

La trama

Coraline si trasferisce in una nuova casa con i genitori, è estate e la scuola non è ancora iniziata, così la ragazzina si annoia ed è alla continua ricerca di avventure, ma queste ultime scarseggiano: la mamma e il papà non hanno mai tempo di giocare con lei e gli strani vicini (due anziane attrici di teatro e un addestratore di topi) non sono abbastanza stimolanti per la curiosissima Coraline. Durante una spedizione in casa, la ragazzina scopre che, una delle quattordici porte presenti in casa, dà su un muro. Un giorno, aprendo la porta, il muro scompare e cede il posto ad un lungo e buio corridoio, che porta Coraline in una casa del tutto identica alla sua, nella cui cucina c’è una mamma premurosa e attenta identica alla sua, ma con una sola differenza: ha dei bottoni cuciti al posto degli occhi. L’altra madre chiede a Coraline di rimanere con lei, ma ad un prezzo: farsi cucire anche lei dei bottoni sugli occhi. Coraline intuisce che c’è qualcosa che non va, ma ormai è troppo tardi per tirarsi indietro: la nostra coraggiosa protagonista affronterà una serie di avventure e di sfide a cui non potrà sottrarsi.

Il genere

“Quando hai paura di qualcosa e la fai comunque, quello è coraggio.”

Coraline è un romanzo breve iniziato da Gaimann per la figlia più grande, Holly, e terminato per quella più piccola, Maddy. Si tratta, infatti, di una fiaba che rispetta tutti i canoni del genere. Secondo Jung le fiabe sono “l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio collettivo e rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa“. Nel rispetto di questa tradizione, “Coraline” ci propone una gamma di personaggi che rispettano gli archetipi del genere: abbiamo la protagonista, un’eroina coraggiosa e in cerca di avventure, che si imbatte in un mostro: la madre matrigna e terrificante. C’è il gatto che accompagna Coraline, la guida sapiente ed esperta ( “I gatti non hanno nome” disse. “No?” “No. Voi persone avete il nome. E questo perché non sapete chi siete. Noi sappiamo chi siamo, perciò il nome non ci serve.”). Infine ci sono i deboli da salvare: senza rivelarvi di chi si tratta, vi basti sapere che sono inconsapevoli e ingenui, e che Coraline dovrà usare tutte le sue risorse per trarre in salvo se stessa e loro dall’altra-madre.
Le quattro funzioni psicologiche teorizzate da Jung ci sono tutte, in più ci sono i trabocchetti, le sfide, le prove di abilità intellettiva e di coraggio, che servono alla protagonista per crescere, e ultima, ma non ultima, c’è la componente horror, tipica delle fiabe della tradizione popolare (e non delle imitazioni, bellissime ma edulcorate, della Disney). Le fiabe, infatti, sono molto spesso drammatiche, tragiche e spaventose, popolate da creature terrificanti, come la madre ragno di Coraline, una vera e propria predatrice che , nel rispetto del genere, ci terrorizza.


[Piccola nota sul genere: le fiabe sono racconti dell’orrore adatti a un pubblico di bambini e hanno una funzione educativa, la paura, infatti, è l’emozione che più caratterizza l’infanzia (il timore dell’abbandono o che possa succedere qualcosa di terribile a chi si ama o a se stessi). La fiaba ha, dunque, un valore educativo: se il protagonista del racconto è riuscito a superare la sua paura e a crescere, posso farlo anche io lettore-bambino (o adulto). Le fiabe, in sintesi, servono al bambino per comprendere i pericoli che lo circondano e per imparare a gestire in modo corretto le proprie paure.]

I personaggi

Neil Gaimann crea per questa sua fiaba contemporanea un variegato numero di personaggi, di cui il più interessante è l’altra-madre, che rappresenta l’aspetto possessivo, distruttivo e letteralmente divorante della maternità. La madre-mostro minaccia Coraline, la sua crescita e la sua indipendenza: vuole prendersene cura in modo esclusivo, soffocarla di un affetto morboso, geloso e possessivo, fino a non lasciarle respiro. Coraline deve lottare, emanciparsi e crescere, imparando ad apprezzare la sua realtà, non mistificata o artefatta come nell’altra casa, che è ricca di seduzioni ma povera di verità e autenticità, perché la perfezione non esiste, e se sembra poter esistere, in realtà nasconde qualcosa di oscuro e marcio. Coraline, attraverso questo percorso, arriverà ad apprezzare la sua vita, non sempre avventurosa, ma genuina, e i suoi genitori, non sempre attenti, non sempre presenti, ma veri, umani e reali.
Neil Gaiman ci regala una galleria di splendidi personaggi, ognuno dei quali ha il proprio alter-ego nell’altra casa, l’unico a non averne, e che è in grado di attraversare i due mondi con Coraline, è il gatto, acerrimo nemico della madre-mostro e guida della nostra protagonista: il gatto, senza nome ma non senza identità, è enigmatico e misterioso, irritante perché non offre mai soluzioni facili per Coraline, ma le suggerisce intuizioni e momenti di ispirazione, che la guideranno verso la conclusione.
E infine c’è lei, Coraline, che non è una principessa da salvare, ma un’eroina audace, piena di spirito di iniziativa, di intelligenza e di furbizia, che con le sue qualità riesce a tornare a casa e a mettere in salvo la sua famiglia.

Lo stile

Il romanzo è scritto in modo semplice, poiché è indirizzato a un pubblico davvero giovane, ma in realtà si tratta di una fiaba adatta a un pubblico di qualunque età. Il mio suggerimento è di non aver paura di proporlo ai vostri ragazzi o bambini a causa dei motivi orrorifici che lo caratterizzano: Coraline, come avete letto, rispetta i canoni del genere e dunque è pensato per incutere quella giusta e sana paura che ci permettere di crescere, stimolando il nostro inconscio e i nostri sentimenti più ancestrali. Non è un caso che Coraline abbia vinto tre premi, il Premio Hugo, il Premio Bram Stoker alla Narrativa per ragazzi e il Premio Nebula per il miglior romanzo breve: si tratta di una storia meravigliosa, che oltre a momenti di gelida e autentica paura, dona anche attimi di poesia, di malinconia e di tenerezza, riportandoci ai sentimenti dell’infanzia. Contribuiscono in modo sostanziale a creare atmosfera le bellissime illustrazioni di Dave McKean, inquietanti e disturbanti al punto giusto. Io possiedo una copia del romanzo nell’edizione Oscar Mondadori che vedete in foto, ma la casa editrice ha realizzato per Halloween una nuova edizione con copertina illustrata da Benjamin Lacombe, in libreria a partire dal 15 Ottobre.

L’autore

Neil Richard Gaiman è nato a Portchester in Inghilterra, nel 1960, ed è giornalista, scrittore, sceneggiatore di fumetti, ma anche televisivo e radiofonico. Comincia la sua carriera come giornalista, nel frattempo scrive racconti di fantascienza e sceneggiature per fumetti. Arriva alla Dc Comics negli anni ‘80 e debutta con Black Orchid, un oscuro personaggio del Dc Universe che Neil trasforma completamente. Ottiene la consacrazione come sceneggiatore di fumetti grazie a Sandman.
Gaiman ha scritto anche sceneggiature televisive, drammi radiofonici, testi per canzoni e romanzi per ragazzi. Tra i suoi romanzi più celebri si ricordano Neverwhere (nato come serie televisiva, edito in Italia da Fanucci con il titolo di Nessun dove), StardustCoraline e il romanzo scritto a quattro mani con Terry Pratchett, Buona Apocalisse a tutti.

Qualche curiosità…

  • Questo romanzo è diventato un film d’animazione in stop-motion nel 2009, con il titolo di Coraline e la porta magica. Gaiman, dopo aver visionato un’anteprima del film, si è dichiarato entusiasta, ed in effetti il film ha ricevuto diverse nomination , tra cui quella all’Oscar, che quell’anno è stato vinto da UP… insomma, una lotta tra titani.
  • La protagonista della storia nella prima stesura si chiamava Caroline, ma per un errore di battitura il nome divenne Coraline, lasciato poi così per un’intuizione dello scrittore Larry Niven che lo ritenne più in linea con il personaggio e consigliò a Gaiman di non cambiarlo.

Titolo: Coraline
Autore: Neil Gaiman
Casa editrice: Mondadori
Genere: Fiaba, Horror, Fantasy
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IL CLASSICO DEL MESE

“Frankenstein, o il moderno Prometeo” di Mary Shelley

Il classico di questo mese non poteva che essere il romanzo gotico per eccellenza, Frankestein di Mary Shelley, che ci catapulta nelle atmosfere cupe di Halloween, la festa più tetra dell’anno! ATTENZIONE: SPOILER!

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È stato singolare, quasi straniante, l’impatto che ha prodotto su di me la lettura di questo romanzo. Le innumerevoli trasposizioni cinematografiche, televisive e non solo, hanno reso i personaggi a un tempo familiari ed estranei, finendo per scoprire che il libro è veramente altro rispetto a tutto quello che ho sempre visto, ascoltato o letto di sfuggita sul mostro più famoso di tutti i tempi.

Inaspettato è l’inizio epistolare, che ho letto con una certa fretta, impaziente di incontrare i personaggi ben più conosciuti, primo tra tutti Victor Frankenstein. Da subito lo scienziato si mostra in tutta la sua afflizione, in tutto il suo pentimento per aver dato vita al “mostro”, eppure più si va avanti nella lettura del romanzo, meno pietà si riesce a provare nei suoi confronti.

Nel momento stesso in cui il mostro prende vita, Frankenstein ne prova orrore e lo rifugge, perché l’aspetto di quell’essere è troppo orribile per potergli stare vicino. E proprio l’odio per l’aspetto ripugnante e diverso porterà Frankenstein a giudicare la sua creazione con ferocia, in un primo momento senza motivo e in seguito solo in modo parzialmente comprensibile e condivisibile.

Sin dalla morte del piccolo William i ragionamenti di Victor appaiono non solo insensati, ma addirittura crudeli: “Niente di umano avrebbe mai potuto uccidere quel grazioso bambino. L’assassino era lui. Non potevo aver dubbi. La semplice presenza di quell’idea era una prova inconfutabile della sua verità.” Frankenstein arriva a questa conclusione in modo del tutto arbitrario: cosa aveva mai fatto quell’essere per essere accusato così spietatamente e condannato senza prove solo per un’intuizione, un sospetto? Questa impressione va rafforzandosi durante tutta la lettura del libro, anche quando si viene a conoscenza che il bambino è morto realmente per mano del mostro, anche quando questi compirà un omicidio dopo l’altro, i sentimenti di pietà si rivolgono più forti e decisi verso la creatura piuttosto che verso il creatore.

È quasi impossibile non provare tenerezza e comprensione per questo mostro – che quasi soffro a chiamare tale – più e più volte tradito e deluso: dopo l’abbandono del padre-creatore, per lui, ancora così ingenuo e a tratti dolce, si susseguono solo eventi tristi, primo tra tutti l’incontro con i primi uomini, a cui si avvicina con curiosità, ma da cui riceve solo scortesia:“… alcuni scappavano, altri mi assalivano, fino a che gravemente contuso da pietre e da altre armi da lancio, fuggii in aperta campagna e mi rifugiai in una baracca…”.

Ancora più drammatico è il momento in cui comprende la ragione per la quale suscita tanta paura, quando è inevitabilmente costretto a confrontare il suo aspetto con quello della famigliola che per più di un anno ha assistito e curato di nascosto: “Avevo ammirato le forme perfette dei miei vicini […]; ma quanto rimasi terrorizzato quando mi vidi riflesso in una pozza d’acqua!”. Il suo aspetto è più significativo di ogni gesto buono e gentile che compie, così, quando si mostra loro, per la terza volta da quando è nato viene rifiutato e scacciato.

Tuttavia, nonostante questo ulteriore rifiuto, il mostro non ha ancora perso la sua innocenza. Ciò che lo porterà a diventare malvagio, contrariamente alla sua vera natura, sarà l’ultimo atto spietato dello scienziato. Quasi spontaneamente ci si schiera al fianco del mostro quando Frankenstein rifiuta di creare una creatura simile a lui che possa sinceramente amare: “Non creerò mai un altro essere deforme e perverso come te”. Dopo questo episodio l’ultimo briciolo di affezione per Frankenstein scompare, e tutto l’affetto si riversa sul mostro che, ancora prima di commettere i prossimi omicidi, viene assolto dalle sue colpe, apparendo fino all’ultima pagina più umano di tutti gli uomini che ha incontrato. Di contro i drammi che colpiscono lo scienziato sembrano quasi una piccola pena per quello che ormai sembra il vero mostro. La colpa di Frankenstein è solo in parte quella di aver voluto eguagliare l’opera di Dio, il suo errore più grande è quello di aver rifiutato di amare la sua creatura, ancora prima di poter giudicare obiettivamente se questa fosse buona o cattiva, anzi, inducendola egli stesso alla malvagità. “Maledetto creatore!” dice il mostro, “Dio nella sua pietà ha creato l’uomo bello e attraente, a propria immagine; ma la mia forma è un simbolo corrotto della tua, ancora più orribile per la stessa somiglianza.”  

La vicenda di Frankestein è certamente una metafora della Creazione, che si tinge però delle tinte più cupe e oscure possibili: rovesciando completamente l’immagine cristiana del dio padre benevolo, la figura si arricchisce di note tristi e desolanti. L’abbandono e tutto ciò che segue rendono più facile identificarsi nella creatura ripudiata e incompresa, più volte insultata e maltrattata, che in colui che l’ha creata.

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Il racconto di Mary Shelley si apre e si chiude in forma di romanzo epistolare; per il lettore moderno l’effetto, come accennavo, è quasi straniante, poiché in questo inizio non si trovano accenni allo scienziato o al mostro, veri protagonisti della narrazione, le cui vicende si incastonano perfettamente tra la manciata di lettere che aprono e chiudono la storia.

Tuttavia la forma epistolare è perfettamente funzionale ai fini del racconto; essa introduce all’atmosfera del romanzo prima di tutto attraverso la descrizione del paesaggio, che ci appare in tutta la sua fredda desolazione (“La nostra situazione era molto pericolosa, soprattutto perché eravamo circondati da una nebbia molto spessa.” e ancora “… e noi vedemmo, in ogni direzione, vaste e irregolari distese di ghiaccio che sembravano non avere fine.”) e altro non è che un preludio della storia di Frankenstein e della sua creatura, triste e ugualmente desolata.

Altrettanto significativa è la figura di Walton, l’autore delle lettere di apertura e chiusura, in cui riconosciamo il perfetto alter ego di Frankenstein. Infatti, anch’egli, infervorato dal desiderio di conoscenza, si spinge in un’impresa grandiosa e letale, così come fece a suo tempo lo scienziato.

Oltre a questi evidenti parallelismi (non i soli, infatti ve ne sono diversi altri che percorrono tutta la storia come un fil rouge) si può notare anche la circolarità del romanzo: esso si apre e si chiude con la storia di Walton, in cui si riflette, come in un gioco di specchi, la vicenda di Frankenstein, e al centro di tutto questo si dipana proprio la vicenda dello scienziato dalla sua nascita fino alla tragica morte. Quest’ultima in realtà si contrappone al parziale lieto fine della vicenda di Walton, che riesce a salvarsi dalla sete di conoscenza (soprattutto grazie alla triste storia dell’amico, redivivo Ulisse di memoria dantesca) ma che in fin dei conti risulta uno sconfitto, non avendo portato a termine ciò che aveva iniziato.

Un altro elemento fondamentale del romanzo, già accennato ma su cui non è scontato né banale tornare, sono le descrizioni dei paesaggi, che dominano tutta la narrazione e che sono specchio quasi sempre fedele degli stati d’animo e dei momenti di vita dei personaggi.

L’inizio è raggiante, Victor visita con la famiglia le città più ricche d’Europa, fino a fermarsi in Svizzera: “i sublimi profili delle montagne, i mutamenti delle stagioni, la tempesta e la calma, il silenzio dell’inverno e la vita e l’animazione delle nostre estati alpine”. Alla descrizione così luminosa dei luoghi in cui vive, corrisponde una descrizione altrettanto tenera e dolce delle persone con cui cresce, primi tra tutti i genitori, “I miei primi ricordi sono le tenere carezze di mia madre e il sorriso di benevolo piacere di mio padre che mi guardava.”, e poi l’amata Elizabeth, “I suoi capelli erano più brillanti dell’oro vivo, […] sembravano comporle in testa una corona di distinzione. […] le sue labbra e la forma del suo volto esprimevano una tale sensibilità e una tale dolcezza che nessuno avrebbe potuta contemplarla senza crederla […] un essere mandato giù dal cielo […]”. A questo inizio smagliante segue un’atmosfera che diventa sempre più cupa e gotica, raggiungendo vette di spettralità nel capitolo quinto, quando il mostro prende vita: “Fu in una cupa notte di novembre […]. Era già l’una del mattino; la pioggia picchiettava lugubre contro i vetri e la mia candela era quasi consumata quando, alla fievole luce che si stava esaurendo, io vidi aprirsi l’occhio giallo, privo di espressione, della creatura; respirava a fatica e un moto convulso agitava le sue membra”. Anche qui è possibile notare come la descrizione degli ambienti e quella dei personaggi vadano di pari passo e si riflettano l’una con l’altra, creando l’atmosfera lugubre e ansiogena della storia, e non solo: ne regolano il ritmo, alle volte dando velocità e impatto agli episodi, altre rallentando tutto quasi fino alla stasi.

Un altro elemento centrale è l’uso della prima persona. In prima persona parla Walton, in prima persona narra la sua storia Frankenstein, in prima persona racconta i primi anni della sua vita il mostro, ed è proprio quando quest’ultimo parla che Mary Shelley forse dà il meglio di sé nell’uso delle descrizioni: in questi capitoli (posti, guarda caso, al centro della storia, dal capitolo undicesimo al capitolo sedicesimo) l’essere ci mostra il mondo attraverso i suoi occhi permettendoci di comprendere la delicatezza del suo animo e di creare un legame di fortissima empatia: “Gli uccelli cantavano con note più gaie e le foglie cominciavano a spuntare dagli alberi. Felice, felice terra! […] L’aspetto incantevole della natura esaltava il mio spirito!

Anche in questa vicenda il paesaggio diventa fondamentale: il succedersi delle stagioni accompagna l’alternarsi degli stati d’animo del mostro; con la primavera arriva la speranza di poter entrare a far parte della famiglia di vicini a cui si affeziona, e con l’inverno arriva la delusione e il nuovo rifiuto. Tutto avviene in maniera del tutto speculare alla storia del suo creatore (i primi anni di vita felici e splendenti, la fine tristissima tra il ghiaccio e la disperazione).

A questo punto è impossibile non notare che, mentre il mostro narra la sua storia, si dipana all’interno di questa narrazione un altro racconto, quello dei vicini a cui egli si affeziona, così la Shelley continua a raccontare storie dentro le storie, in un meccanismo che non sembra mai esaurirsi.

I preferiti del mese di Settembre

Libro del mese

“Una macchia scura sul vestito pulito della loro realtà,” così so descrive la protagonista della graphic novel di Leo Ortolani che mi ha rubato il cuore questo mese. In realtà Cinzia è tante cose, vera e contraddittoria, ironica e profonda, un’ amica indimenticabile che porterete sempre con voi.

Film del mese

Ero sicura che questa categoria sarebbe stata vinta a mani basse da C’era una volta a Hollywood , il nuovo film di Quentin Tarantino ma… mi sono addormentata al cinema.

Una vergogna, lo so. Ma quando ho sonno io mi addormento, qualsiasi cosa succeda mi accada intorno. In attesa di rivederlo presto, mi consolo con due bellissimi film usciti nelle sale a settembre:

Martin Eden, liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Jack London, con un intensissimo Luca Marinelli premiato a Venezia con la Coppa Volpi per la sua interpretazione…

…. e La mafia non è più quella di una volta, caustico documentario Palermitano sul significato della mafia oggi diretto da Franco Maresco, anch’esso presentato al Festival di Venezia.

Serie tv del mese

Se ci avete seguito su Instagram saprete già che il titolo di serie del mese non può andare che a Euphoria, un teen drama a tinte forti con un cast freschissimo e tutta la qualità HBO.

Preferiti fashion

Uniqlo è approdato a Milano con una valanga di t-shirt stampate meravigliose. Io ho scelto questa, parte della collezione dedicata alla corrente aristica giapponese dell’Ukiyo-e.

Infine, il mio naso si è subito innamorato del nuovo profumo di Lancome, Idole.

Le note principali sono pera, rosa e gelsomino e la testimonial della campagna pubblicitaria è Zendaya, fattore che potrebbe avere influenzato lievemente la mia scelta.

Per questo mese è tutto! Fateci sapere i vostri preferiti del mese e cosa aspettate di più nel mese di ottobre!

Maria

Thinking Back Through Our Mothers

La rubrica che,seguendo il consiglio di Virginia Woolf, parla di scrittura, genere e sessualità attraverso le madri della letteratura.

Il secondo appuntamento della nostra rubrica consacrata alle madri della letteratura è dedicata a Jean Rhys, una genitrice irrequieta e bohémien che dalla Dominica, l’isola Caraibica in cui nasce nel 1890 da padre gallese e madre creola di origini scozzesi, si trasferisce in Inghilterra a soli sedici anni per intraprendere una frustrante carriera come ballerina di fila. Durante gli anni ’20 vaga per l’Europa, con una predilezione per Parigi, vive burrascose relazioni sentimentali con alcuni uomini, da altri si fa mantenere, subisce un aborto e cade vittima dell’alcolismo. Ma soprattutto, dai margini delle squallide camere in affitto in cui è costretta dalla povertà, la Rhys partecipa alla rivoluzione modernista, regalandoci una galleria di protagoniste alienate che si muovono come fantasmi tra le strade di città che si rifiutano di accoglierle.

È solo nel 1966 però, dopo uno iato produttivo durato quasi 30 anni, che la Rhys pubblica il suo capolavoro, Il Grande Mare dei Sargassi, riscrittura del famosissimo romanzo di Charlotte Bronte Jane Eyre dal punto di vista della prima moglie di Rochester, meglio conosciuta come la pazza in soffitta.

Il grande merito della Rhys è quello di liberare Bertha dal regno dell’abietto, dandole un passato, un’identità e una voce. Scopriamo quindi che Bertha, prima di essere portata in Inghilterra dal marito e rinchiusa in soffitta, era Antoinette, una ragazza cresciuta nella natura lussureggiante dei Caraibi, nutrita dai suoi sapori e profumi, cullata dalla voce della balia Christophine, depositaria di un sapere mistico che rigetta i dettami del patriarcato:

“Io ho tre figli. Uno solo che vive in questo mondo, ognuno di un padre diverso, ma niente marito, ringrazio il mio Dio. Io mi tengo i miei soldi. Io non li do a nessun uomo indegno.”

Ed è proprio l’alterità della moglie, che è un tutt’uno con quella dell’isola, che Rochester non riesce a gestire e comprendere. Vittima di un’educazione che gli ha imposto di accettare solo realtà rigidamente codificate e di reprimere i propri sentimenti, è completamente destabilizzato da un contesto che ignora e sbeffeggia la sua idea di mascolinità; reagirà alla frustrazione attraverso gli unici mezzi a sua disposizione: il rifiuto e il controllo dell’altro. La Rhys è abile nel mostrarci come il sistema patriarcale danneggi non solo le donne, ma imponga anche severi limiti all’identità dell’uomo.

SPOILER ALERT!

Le eroine della Rhys sono raramente figure vincenti. Spesso sono schiacciate e abbandonate, private di tutto fuorché di una bottiglia e dei loro pensieri sconnessi. Antoinette è il loro angelo vendicatore: mandando a fuoco la casa patriarcale in cui è prigioniera, l’eroina rigetta con violenza l’identità di Bertha, i suoi cenci grigi, la pazzia che le è stata imposta. Il vestito rosso che compare nell’ultima parte del romanzo, ricordandole il colore dell’isola nativa, diventa il simbolo del passato di Antoinette, il correlativo oggettivo della sua identità. Antoinette diventa il vestito, che a sua volta diventa fuoco, che distrugge e purifica, restituendole la libertà.

Titolo: Il Grande Mare dei Sargassi
Autore: Jean Rhys
Editore: Adelphi
Genere: Romanzo
Argomento: riscrittura; letteratura femminile
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Possiamo salvare il mondo prima di cena di J.S. Foer

Le nostre scelte individuali contano, non solo perché, se guardiamo al passato, ci sono prove che la scelta di un solo individuo ha contribuito a cambiare il corso della storia (la prima donna nera che si è seduta in un posto riservato ai bianchi sull’autobus, il primo uomo che si è vaccinato), ma perché le scelte individuali contano per chi le compie.
Sono queste le argomentazioni principali usate da Foer in questo bellissimo saggio, dove tesi, antitesti, argomentazioni, contro argomentazioni e relativi esempi si susseguono senza sosta, costringendoti a leggere per capire dove voglia andare a parare l’autore.
La prima parte del libro parla di crisi ambientale e di quanto sia difficile concettualizzare un pensiero così astratto e lontano dalla nostra realtà, e solo dopo un’introduzione fatta di esempi (che toccano alla lontana l’argomento) e di dati, l’autore mette sul tavolo il nucleo centrale del suo discorso: l’alimentazione. Quanto influisce la nostra alimentazione sulla crisi climatica? Tanto. Quanto è difficile accettare di cambiare le proprie abitudini alimentari per un qualcosa di così astratto? Molto di più. Lo stesso autore ammette di non riuscire a essere sempre coerente. Nonostante questo, Foer smonta una a una tutte le possibili obiezioni che potrebbero essere fatte in un bellissimo dialogo tra sé e la sua anima: lo fa per quella parte di lui che resiste, che trova giustificazioni, e di conseguenza lo fa per noi tutti, restii a un cambiamento.

Foer non è il primo a tentare di parlare dell’impatto della nostra alimentazione sulla crisi climatica, infatti del 2014 è il documentario Cowspiracy: The Sustainability Secret , prodotto e diretto da Kip Andersen e Keegan Kuhn che potete trovare su Netflix, ma, a differenza dei suoi precedessori, Foer non tenta di fare perno solo sulla sensazione di incombente catastrofe (perché, come scrive lui stesso, sa che questo non basta per smuovere le coscienze), piuttosto punta tutto sulla necessità di fare scelte etiche e morali: Foer ammette che lui stesso sta perdendo le speranze, visto che ci troviamo di fronte a una tendenza praticamente irreversibile, non si illude che un’azione individuale possa cambiare l’umanità, ma è fiducioso che il singolo possa innescare un effetto “ola”, un’onda di azioni positive, guidate dall’etica e dalla morale, che possano cambiare il corso degli eventi. I cambiamenti climatici sono già in atto e sono migliai i profughi per catastrofi climatiche, tuttavia, possiamo evitare che la situazioni peggiori, possiamo evitare che a pagarne le conseguenze siano i più deboli e chi ancora deve nascere, Foer, infatti, non parla mai di salvare il pianeta (“ma non è il piantea che vorremmo salvare. Vogliamo salvare la vita sul piante: la vita vegetale, la vita animale e la vita umana). Il vero punto nodale è fare delle scelte etiche per chi soffre e soffrirà: anche questo sembra astratto, ma davvero vogliamo essere complici del suicidio della nostra specie? Davvero vogliamo abbandonarci a questo cinismo?
“La vera scelta che abbiamo davanti non è che cosa comprare, se prende un aereo o se avere figli, ma se vogliamo impegnarci a condurre una vita etica in un mondo rovinato, un mondo nel quale gli esseri umani dipendono per la loro sopravvivenza collettiva da una specie di grazia ecologica.”

Il saggio si caratterizza per uno stile mai monotono, che alterna diverse tecniche per rendere l’argomentazione più appassionante. Si alternano dati (sostenuti da un’impressionante bibliografia), ad esempi tratti dalla storia e dalla vita personale dell’autore (bellissimo il racconto della vita della nonna, polacca ebrea fuggita allo sterminio, e bellissimo il legame che Foer ha con lei: il racconto della sua morte e dell’accettazione della perdita sono toccanti). Lo stile contribuisce notevolmente a rendere la lettura appassionante, l’abilità argomentativa non può lasciarci indifferenti.

E allora possiamo salvare il mondo prima di cena? Sì, possiamo, facendo scelte etiche. Foer non sostiene che sia necessario rinunciare alla carne o al latte sempre, ma che già ridurne notevolmente il consumo a un solo pasto al giorno sarebbe auspicabile perché ridurrebbe le attività produttive degli allevamenti intensivi, una delle principali cause di inquinamento globale. E’grazie alle scelte che facciamo (cosa mangiamo, quanto spesso usiamo la macchina per spostarci, quante volte all’anno scegliamo di usare un aereo per viaggiare) che possiamo dare una possibilità a noi stessi e alla nostra specie. Se poi vogliamo chiederci quanto la nostra specie meriti di sopravvivere, vi rispondo dicendo che non possiamo essere noi i giudici di chi verrà: è facile continuare a compiere scelte non etiche a discapito di chi ancora non è nato (“persone che considerano la propria casa una casa usa e getta tenderanno a considerare usa e getta qualunque cosa, e diventeranno persone usa e getta.” Chi vorrebbe essere una persona usa e getta? E ancora: “che genere di futuro potreste prevedere per una civiltà che agisce collettivamente per salvare la propria casa? Quella decisione rivelerebbe chi siamo e ci cambierebbe.” E aggiungerei che anche scegliere di non salvarci, ma di pensare egoisticamente solo al nostro piacere, ci definisce).

E allora vi lascio con una citazione da tenere sempre a mente quando il cinismo incombe:
“Non avremo nessuna possibilità di raggiungere l’obiettivo di contenere la distruzione ambientale se gli individui non prenderanno l’individualissima decisione di mangiare in modo diverso. E’ senza dubbio vero che la decisione di un singolo di passare a un’alimentazione a base di vegetale non cambierà il mondo, ma è altrettanto vero che la somma di milioni di decisioni analoghe lo cambierà.”

Titolo: Possiamo salvare il mondo prima di cena – Perché il clima siamo noi
Autore: Jonathan Safran Foer
Editore: Guanda
Anno: 2019
Genere: Saggio

Adventure Time!

“Adventure Time!” è la rubrica che parla di storie per ragazzi, o meglio, di storie che parlano al ragazzo che è in ognuno di noi.

Per chi è la notte di Aldo Simeone

Pacifico, chiamato da tutti Francesco, ha 11 anni e nessun amico. Sono gli anni della Seconda guerra mondiale, e Francesco vive da solo con la madre e la nonna in un paese nella Garfagnana, alle soglie di un bosco che cela numerosi misteri. Il padre di Francesco è un disertore, è scappato nei boschi per non combattere con le camicie nere, lasciando sui membri della famiglia una cattiva nomea, che li isola e ne rende la vita difficile.

“Per chi è la notte” è il romanzo di esordio di Aldo Simeone, che racconta con grazia e cura la storia di Francesco e del suo doppio, Tommaso. Come lo stesso autore ha dichiarato in un’intervista a Solo libri, i due bambini protagonisti, amici e compagna di avventura ma non fratelli (perché i fratelli non si scelgono, ma gli amici sì), sono uno lo specchio dell’altro: pieno di fiducia e di fede il primo, razionale e logico l’altro. Insieme affrontano il bosco e gli streghi, creature che lo popolano e che vivono solo la notte: se li incontri e non sai rispondere alla domanda “per chi è la notte?” diventi strego anche tu.

Il romanzo ha pregi e difetti, ma nel complesso è un buon romanzo di formazione, adatto ai ragazzi e agli adulti che amano rituffarsi nelle paure dell’infanzia. La paura e il coraggio sono infatti i due sentimenti protagonisti del romanzo: la paura del bosco e dei suoi misteri, irrazionale e alimentata dai racconti della nonna, e la paura della guerra, reale e orrenda, col suo carico di morte e dolore. Entrambe le paure non possono che essere affrontate col coraggio, quello della fede e quello della ragionamento logico, ma il coraggio è spesso dettato dall’incoscienza dell’infanzia, che porta a compiere gesti grandiosi, a volte avventati, di cui poi è necessario affrontare le conseguenze ed è così che si cresce. “Per chi è la notte”, dunque, parla anche dell’addio all’infanzia e dell’amicizia, quell’amicizia che in letteratura e nel cinema è sempre compagna di evoluzioni.

Francesco è un bambino che soffre la solitudine: senza amici, senza padre, con una madre distaccata e imperscrutabile, l’unica presenza rassicurante e accogliente è quella della nonna. Fin quando non trova Tommaso, che è uno dei pregi e allo stesso tempo dei difetti del romanzo: parla come un uomo anziano, dà consigli e massime da adulto che lo rendono poco credibile come bambino. Sin da subito chi legge sospetta che possa essere letteralmente l’altra metà di Francesco che sta crescendo. È però uno di quei personaggi che migliora nel corso della lettura e a cui alla fine si vuole bene.

Per quanto riguarda lo stile, l’autore dà prova di maneggiare una buona capacità descrittiva: il bosco e i suoi luoghi vengono descritti con grande accuratezza, diventando reali. La narrazione, inoltre, è condotta in prima persona, scelta che aumenta l’immedesimazione: Francesco racconta quello che ha vissuto durante gli anni della guerra mescolando leggende e realtà, che si confondono nella sua memoria e di conseguenza anche nella narrazione. Gli streghi, sin dalle prime pagine, sembrano essere il simbolo di altro (i partigiani), ma l’autore è bravo a far vivere queste fiabe popolari insinuando il dubbio che qualcosa di vero possa esserci: Francesco crede nella magia, e noi ci crediamo con lui. Con uno stile limpido e cristallino, in cui parole del dialetto toscano talvolta si mescolano all’italiano, è facile immergersi nella storia, soprattutto nella parte centrale del romanzo, in cui il susseguirsi di fatti costringe il lettore a proseguire la lettura. Se proprio vogliamo fare un appunto, lo rivolgo all’uso dei tempi verbali: la storia è narrata al passato ma talvolta ci sono degli inserti al presente, in un primo momento sembravano collegati a dei sogni, poi compaiono e basta, soprattutto nelle pagine finali del libro si nota questo scarto non ben giustificato dalla narrazione.

A questo punto non ci resta che attendere il nuovo lavoro di Simeone, già in fase di revisione.

Voto: 3/5

Titolo: per chi è la notte
Autore: Aldo Simeone
Editore: Fazi
Anno: 2019
Genere: romanzo di formazione, romanzo d’avventura.
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IL CLASSICO DEL MESE

L’Idiota di Fëdor Dostoevskij

Dostoevskij scrive L’Idiota tra la Svizzera e l’Italia, allontanato dalla patria da pesanti debiti lasciatigli dal fratello, deceduto nel 1864, e aggravati dal vizio del gioco. Contrario a quello dell’autore è il movimento che apre il romanzo: il giovane principe Myškin, dopo un’adolescenza trascorsa in un sanatorio svizzero, fa il suo ingresso nei salotti russi a cui si dimostrerà presto estraneo per indole e comportamento. Il soggiorno svizzero del protagonista non è tuttavia l’unico, né il più importante, spunto autobiografico dell’opera; dopo poche pagine, infatti, veniamo a conoscenza dell’“ossessione” del principe per la pena capitale, per le sensazioni provate negli ultimi attimi di vita da quei condannati a morte delle cui schiere Dostoevskij stesso fece parte, prima di vedersi graziato sul patibolo dallo zar Nicola I.

L’argomento emerge in tre monologhi con i quali il principe sembra volersi purgare della traccia di visioni e racconti che si incollano alla memoria con la forza del trauma:

“è passato già un mese da quando vi ho assistito e ho quella scena sempre davanti agli occhi e, per almeno cinque volte, quell’uomo me lo sono persino sognato.”

L’uomo in questione è un condannato francese e la scena è quella della sua decapitazione. Il principe ne parla dapprima con il cameriere delle Epančin, in uno dei tanti momenti di “originalità” che contraddistinguono la sua vita sociale, dichiarando la pena di morte “un’infamia” e interrogandosi su un punto a cui tenterà di dare risposta nei successivi racconti:

“Che prova l’anima in quel momento? Da quali convulsioni è dilaniata?”

Il tema si ripropone durante la colazione offerta dalle Epančin, quando il principe narra di un caso del tutto analogo a quello dell’autore: a un uomo, condannato alla fucilazione “per non so quale delitto politico,” viene commutata la pena pochi minuti prima dell’esecuzione. Il racconto del sopravvissuto permette di formulare una risposta alla domanda del principe, regalandoci una stupenda fenomenologia della mente umana posta dinnanzi alla consapevolezza di una morte innaturale in quanto calendarizzata, e della percezione del tempo che ne consegue. Il condannato trascorre una ventina di minuti “nella ferma convinzione che di lì a poco sarebbe morto”; di questi venti minuti, “egli non avrebbe mai dimenticato […] un solo attimo.” I cinque minuti che precedono l’esecuzione diventano poi “un’enorme ricchezza” e si dilatano per permettere una scansione temporale che renda giustizia al singolo istante. L’uomo si organizza, decidendo di prendersi “due minuti per dire addio ai compagni, altri due per raccogliersi e pensare a sé, un minuto per dare un’occhiata a quello che gli succede […] intorno,” avvalendosi per l’ultima volta della facoltà di strutturare e razionalizzare il tempo, prima del salto in un ignoto in cui esso, sia che ci si trovi di fronte all’eternità o al nulla, diventa ineffabile. L’ignoto temporale e spaziale atterrisce a tal punto la mente umana che il condannato, mentre gli ultimi secondi scivolano via, si immagina già abbandonare la sfera dell’umano e assumere lo stato incorporeo e incosciente dei raggi del sole che si riflettono sulla cupola dorata della chiesa che ha davanti agli occhi. È proprio questo contrasto tra un tempo “umano”, che è possibile misurare e scandire, e una dimensione temporale insondabile a rendere la vita così preziosa, al punto che “se [essa] continuasse” afferma il condannato, “io non sprecherei mai più un solo attimo di vita e vivrei ogni minuto con l’intensità di un’esistenza intera.”

Nel terzo e ultimo intervento del principe ritornano sia il già menzionato condannato francese che il senso del tempo; dal racconto che il principe fa alle Epančin scopriamo infatti che il termine del prigioniero viene improvvisamente accorciato e che un’intera settimana di vita gli viene sottratta durante il sonno. Forse anche per sopperire a questa privazione, il tempo che intercorre tra il risveglio del condannato e il momento dell’esecuzione si dilata nuovamente, e nuovamente viene scandito con precisione: prima una lunga colazione e una laboriosa toletta, ultimo crudele omaggio a una temporalità scandita dalla rassicurante routine quotidiana; poi, nel viaggio verso il patibolo, “ancora un’eternità da vivere,” ma un’eternità misurabile, quella necessaria ad attraversare le tre vie che ancora lo separano dalla ghigliottina. Ciò che Dostoevskij sembra sottolineare in modo sublime in questo passo è l’importanza della mappatura della dimensione temporale e spaziale per la psiche umana; il tempo misurabile, in particolare, a dispetto della sua intrinseca finitudine, diventa un’infinita ricchezza al cospetto dell’atemporalità del post morteme al tempo stesso una tortura che prolunga la consapevolezza dell’uomo cosciente della prossima dissoluzione di ogni parametro.

La riflessione non si esaurisce con i racconti del principe, ma viene portata avanti attraverso il giovane Ippolit, condannato a morte, questa volta, dalla tubercolosi. In una lunga, disperata lettera, egli si ribella con rabbia alla natura che gli impone una morte prematura esacerbata dalla coscienza della propria esistenza, e corteggia il suicidio come protesta contro una natura che non gli permette di dare senso e struttura al tempo che gli è concesso:

la natura, concedendomi tre mesi di vita, ha talmente limitato la sfera delle mie azioni che forse, il suicidio è l’unica azione che io sono ancora in grado di compiere nella pienezza del libero arbitrio.”

Il punto di vista di Ippolit, l’adolescente che non ha il tempo per diventare adulto, è quello dell’uomo che si ribella a un Dio crudele, a una creazione spietata che divora “pretendendo che io inneggi a colui che mi divora.”  A questa, umanissima, rabbia si contrappone la mitezza del principe Myškin, modellato da Dostoevskij alla stregua di Cristo, figura che l’autore venerava a tal punto da affermare:

“se mi si dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori da Cristo, io preferirei restare con Cristo anziché con la verità.”

L‘immagine che ricorre nel libro non è tuttavia quella di un Cristo gioioso e redentore, risorto nella gloria, né quella del figlio di Dio trasfigurato e nobilitato dalla sofferenza, bensì quella cruda e inquietante del “Cristo Morto” di Hans Holbein il Giovane, caratterizzata dal degrado fisico e dalla mancanza di attributi divini. Il Cristo rappresentato nel quadro, presente in riproduzione nella cupa atmosfera della casa di Rogožin, personaggio posseduto da una passione tanto distruttiva quanto quella politica che Dostoevskij mostrerà nei Demoni, è capace di far perdere la fede, come afferma il principe discorrendo con il padrone di casa e come ribadisce Ippolit nella sua lettera d’addio:

“nel quadro di Rogožin, si vede il cadavere di un uomo che è stato straziato prima di essere crocifisso, un uomo percosso dalle guardie e dalla folla, che è stramazzato sotto il peso della croce e che ha sofferto per sei ore (secondo il mio calcolo) prima di morire. […] Il viso del quadro è gonfio e sanguinolento; gli occhi dilatati e vitrei. […] Nel contemplarlo, si pensa: «Se gli Apostoli, le donne che stavano presso la croce, i fedeli, gli adoratori e tutti gli altri videro il corpo di Cristo in quello stato, come potevano credere all’imminente resurrezione? Se le leggi della natura sono così potenti, come farebbe l’uomo a dominarle quando la loro prima vittima è stato proprio Colui che, da vivo, impartiva i suoi ordini alla stessa natura?”

Il Cristo Morto di Hans Holbein il Giovane

È nel contrasto tra la reazione del principe e quella di Ippolit a questa “prova di fede” che si delinea la somiglianza del principe a Cristo. Al dolore e alla rabbia del secondo nei confronti di una natura che si presenta come una “forza cieca, crudele, stupida,” egli contrappone mitezza e sopportazione. Il principe può apparire durante la lettura una vittima passiva delle circostanze, quasi fastidiosamente docile nel sopportare le macchinazioni e le follie di quanti lo circondano, ma è proprio in questa incomprensibilità delle sue azioni che si cela il disegno dell’autore: il principe sembra un idiota perché non risponde alle leggi di autoconservazione e di profitto personale che dominano l’animale uomo; perché, rinunciando persino alla difesa, egli non attacca in alcun modo. Con le sua azioni egli rappresenta la risposta affermativa al dubbio di Ippolit

“se il Maestro, alla vigilia del supplizio, avesse potuto vedere la propria immagine, […] sarebbe morto nel modo in cui morì?”

in quanto, pur presentendo la follia di Nastas’ja Filippovna, nonostante il terrore che la donna instilla nel suo cuore, il principe va volontariamente incontro alla sofferenza nel tentativo di salvarla.

Ancora una volta è importante sottolineare che il Cristo de l’Idiota non è il Cristo della gioia della resurrezione bensì quello dello splendore di un perfetto contegno morale anche nella sofferenza. Come Ippolit, anche il principe è vittima della natura matrigna, che lo colpisce con attacchi epilettici (un’ulteriore nota autobiografica) capaci di ridurlo in stato di “idiozia”. E sebbene possa intrigare leggere il ritorno finale del principe a suddetto stato come una resurrezione, che, escludendolo dal consesso umano, consentirebbe il passaggio a uno stato di grazia “sovraumana” e di comprensione “extralinguistica,” è importante ricordare come durante i primi mesi della cura in Svizzera, quando egli era “un vero e proprio idiota,” l’isolamento dal mondo e l’estraneità al suo linguaggio non corrispondevano affatto a una mistica fusione con il creato, che appariva piuttosto come “un autentico banchetto, una gioia senza fine che lo attirava […]ma a cui lui non poteva prendere parte.” Come Cristo nel Getsemani, il principe si ritrova “estraneo a tutto,” ugualmente lontano dagli uomini e da Dio; come il condannato a morte che si meraviglia con sgomento che proprio a lui tocchi morire mentre tutti gli altri continuano a vivere, anche il principe sperimenta un’incomunicabile sofferenza, “sordo e muto nel grande e giocondo concerto dell’esistenza.” La specularità dei pensieri del principe Myškin, a quelli di Ippolit dimostra che entrambi condividono lo stesso destino e che la “bellezza” del primo, intesa dall’autore come lo splendore della perfezione morale, non allevia affatto le sue sofferenze, in quanto esse sono parte inevitabile dell’esistenza umana.

Nonostante ciò, la mitezza cristiana del principe resta un ideale, l’unico ideale capace di riformare davvero l’uomo; tale assunto può anche collegarsi all’abbandono da parte dell’autore delle posizioni rivoluzionarie assunte da giovane in favore di un sempre più profondo conservatorismo. Al nichilismo cieco e distruttivo già tratteggiato da Turgenev in Padri e Figli e che Dostoevskij condannerà apertamente nei Demoni, e a una borghesia atrofizzata, l’autore contrappone la riscoperta e la valorizzazione del vero spirito russo che, chiudendo alla perfezione il cerchio, il principe individua in un “sentimento religioso […] completamente estraneo a tutti i sillogismi, a tutte le colpe, a tutti i delitti, a tutti gli ateismi.” È in questo sentimento, che il principe ritrova nella commozione di una donna del popolo di fronte al primo sorriso del figlio, gioia che ella paragona a quella che “deve provare Dio ogni volta che vede dal cielo un peccatore che gli s’inginocchia davanti e con tutto il cuore gli rivolge una preghiera,” che l’autore ripone le sue speranze, ovvero in un Cristianesimo puro che prevede il peccato e il dolore ma anche la bellezza di sentimenti elevati e autentico perdono.

Titolo: L’Idiota
Autore: Fëdor Dostoevskij
Editore: Einaudi
Anno: 1869
Genere: Classico
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Poetry Friday

Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
e’ dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.

In questa lirica, parte della raccolta del 1925 Ossi di Seppia, Eugenio Montale ricorre ampiamente all’utilizzo del correlativo oggettivo, teorizzato nel 1919 da T. S. Eliot come

“una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un’emozione particolare.”

L’idea di felicità del poeta si incarna così in formule che esprimono la fragilità, come il filo di lama su cui l’uomo avanza in precario equilibrio, in bilico sull’orlo dell’abisso; il lume che sempre minaccia di spegnersi; o ancora l’immagine del ghiaccio che quasi riusciamo a sentire creparsi sotto il peso greve dei nostri passi terreni.

La felicità, ci dice Montale, non è condizione umana, ma piuttosto regalo inatteso da accettare con grato stupore, senza giocarci troppo con le nostre dita maldestre per non rovinarla.

Quando arriva, la felicità è un balsamo per l’inquietudine che è la condizione naturale dell’uomo, un sollievo talmente inatteso da risultare straniante (turbatore), come il manifestarsi di un’idea di casa in un luogo inaspettato e potenzialmente inospitale (i nidi delle cimase).

Ma il poeta ci riporta in fretta alla consapevolezza dell’essenza dell’esperienza umana: il dolore che si oggettiva nel pianto inconsolabile del bambino il quale, messo di fronte all’esperienza della delusione, del piacere che si nega, della gioia interrotta, sperimenta la perdita dell’innocenza e viene catapultato con violenza fuori dall’Eden.

Titolo: Ossi di Seppia
Autore: Eugenio Montale
Editore: Mondadori
Anno: 2018
Genere: Poesia
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Preferiti dell’estate

Settembre è iniziato, io e Monia abbiamo lasciato con un po’ di malinconia la nostra amata Sicilia che anche quest’estate ci ha cullato e viziato come solo lei sa fare e siamo pronte a rituffarci nella routine quotidiana, motivate da nuovi, eccitanti progetti in cantiere.

È giunto quindi il momento di tirare le somme di questi intensissimi mesi estivi, colmi di viaggi, esperienze, letture, bagni nel mare e cibo (tanto cibo!) e di parlarvi di quello che ci ha arricchito di più e che porteremo con noi in questo nuovo inizio. – Maria

LIBRI

Maria

La corona di libro preferito di Agosto va sicuramente all’ultimo romanzo del controverso scrittore francese Michel Houellebecq, Serotonina. Ma poiché di questo titolo ho già parlato sulla nostra pagina Instagram (@libromanti), qui ho deciso di concentrarmi sull’opera che più ho amato nel mese di Luglio, il tenero e crudele Luce d’estate ed è subito notte dell’islandese Jòn Kalman Stefànsson.

Il racconto corale di un paesino di poche anime regala una galleria di personaggi indimenticabili che, illuminati dalla luce accecante dell’estate islandese o sprofondati nell’oscurità del suo inverno, mettono in scena per il lettore la totalità della vita, il tragico e il poetico, il bizzarro e l’ordinario.

Il tutto è condito dalla prosa brillante di Stefánsson che alterna ironia e lirismo, realizzando un’opera che, declinandosi nell’individuale e nell’infinitesimamente piccolo, ha un respiro di universo.

Titolo: Luce d’estate ed è subito notte
Autore: Jòn Kalman Stefànsson
Editore: Iperborea
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Monia

Il mese di agosto mi ha riservato grandissime emozioni, infatti vi ho già parlato sia de Il Giovane Holden sia de I Leoni di Sicilia (due romanzi che, come sapete, ho adorato), per non parlare della maratona Harry Potter, che mi ha piacevolmente occupata (diciamolo meglio… ossessionata!) tra fine luglio e inizio agosto. Ma la parte migliore è arrivata sul finire, con Al faro di Virginia Woolf (Faccio mea culpa e ammetto di non aver mai letto nulla della Woolf prima di questa estate, ma di fronte alle doti persuasive di Maria nulla ho potuto, e dunque l’idillio è avvenuto).


Protagonista del romanzo è la famiglia Ramsay, che una sera di settembre, durante le vacanze in una delle isole Ebridi, decide di fare una gita al faro con alcuni amici. La gita viene però rimandata per il maltempo. Passano dieci anni, la casa va in rovina e alcuni membri della famiglia sono morti, ma i Ramsey sopravvissuti riescono, finalmente, a fare la gita al faro.


La Woolf ci trascina in una corrente ininterrotta di pensieri, in cui i fatti non vengono descritti nel modo in cui accadono ma nel modo in cui vengono percepiti e sentiti, in una riflessione sull’assenza e sulla memoria, sul passato e sul presente che si intrecciano ma, soprattutto, sul tempo che assume un diverso significato.

Titolo: Gita al Faro
Autore: Virginia Woolf
Editore: Feltrinelli
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EVENTI

L’evento protagonista di Agosto è ormai un appuntamento fisso nella nostra estate. Stiamo parlando dell’ Ypsigrock, festival musicale incastonato tra le rocce del paesino di Castelbuono, a pochi chilometri da Cefalù. Nel corso degli anni il palco del castello ci ha regalato concerti indimenticabili, dai Belle and Sebastian ai Moderat, dai The Horrors ai Crystal Castles, fino ad arrivare all’apoteosi dell’ultima edizione, con l’istrionica esibizione dei The National, band di punta nel panorama del rock alternativo.

Don’t Swallow the Cap

L’Ypsi però non è solo musica: durante la settimana del festival il paese si trasforma infatti in un bozzolo di gioia, glitter, amore e fragranti brioche col gelato (lo sappiamo, siamo ossessionate dal cibo. Ma provate quelle della storica pasticceria Fiasconaro e capirete), e la sensazione è quella di essere approdati in un pianeta felice sospeso nel tempo e nello spazio.

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